Anonima Lettrice Italiana

“Il pane perduto” di Edith Bruck: recensione libro, podcast, reading

Il pane perduto di Edith Bruck, pubblicato da La Nave di Teseo, fa parte delle proposte per il Premio Strega 2021, per il quale è giunto tra i cinque finalisti e ha vinto il Premio Strega Giovani 2021.

Edith Bruck sorvola sulle ali della memoria i propri passi, scalza e felice con poco durante l’infanzia, con zoccoli di legno per le quattro stagioni, sul suolo della Polonia di Auschwitz e nella Germania seminata di campi di concentramento. Miracolosamente sopravvissuta con il sostegno della sorella più grande Judit, ricomincia l’odissea. Il tentativo di vivere, ma dove, come, con chi? Dietro di sé vite bruciate, comprese quelle dei genitori, davanti a sé macerie reali ed emotive. Il mondo le appare estraneo, l’accoglienza e l’ascolto pari a zero, e decide di fuggire verso un altrove. Che fare con la propria salvezza?

Incredibilmente è proprio questo il focus del libro. Non la testimonianza  dei campi, che dura poche decine di pagine, seppure di materiale sono certa che la Bruck ne avrebbe da riempire tristemente altri milioni di libri, ma proprio la sopravvivenza a se stessi. L’esperienza straordinariamente alienante dei campi in molti casi uccide l’anima; la Bruck stessa usa a un certo punto proprio quest’aggettivo, disanimata, assegnando a questa parola il ruolo di conseguenza, cito testualmente, “dopo aver abitato quel pianeta fuori dal mondo per troppo tempo”.

L’anima di chi respira all’interno dei campi può sopravvivere solo torturandosi di dilemmi. Quale Dio può lasciar accadere ciò, e quale umanità può valere di essere salvata se essa stessa ha generato o ignorato quanto sta accadendo? Venire salvati spesso finisce per liberare gusci vuoti. I sopravvissuti ricostruiscono a fatica delle persone completamente nuove, in lotta per riavere indietro i brandelli perduti di sé stessi. Anzi, spesso in lotta proprio contro chi gli nega persino questo trascorso: le altre persone, cioè chi era fuori, non si accorgono che negando loro l’enormità che hanno vissuto stanno negando loro tutto ciò che resta. Un’esperienza simile è così oltre i limiti del nostro sé, che diventa un nuovo universo, il tutto che siamo, o il niente da cui ripartire

Non c’è rabbia fra le righe de Il pane perduto di Edith Bruck, o se c’è non l’ho percepita come vuotamente tale, bensì una certa lucidità. Quella di domandarsi il proprio posto nel mondo se il mondo era quello, e il senso di tutto, se Dio fosse connivente o indifferente. Delle due l’una, ma comunque due ipotesi di fragorosa insopportabilità. E parlando della sua lucidità, quanto poteva, quanto ha potuto essere una bambina Edith Bruck nella sua esperienza? Quanto le è stato concesso?

Oppure paradossalmente, poiché troviamo insopportabile riconoscere vittime innocenti, non vogliamo vedere? Vogliamo imporle la maturità di riuscire a incassare questo colpo? O ancora, forse per avere il giusto riconoscimento doveva diventare una vittima del tutto, e avere il suo trono polveroso accanto ad Anna? Uno che avremmo tirato fuori nelle grandi occasioni per dire quattro parole a un microfono, magari.

E invece la testimonianza di chi è sopravvissuto deve, deve essere ascoltata, e avere un valore ugualmente potente, come di chi non ce l’ha fatta. Chi non ha potuto nemmeno assaggiare la liberazione o vedere riconosciuta la fondatezza della propria speranza, merita universalmente pietà; ma chi è giunto fino a noi è fertile di una forza sempre rinnovata e rinnovabile. Un sopravvissuto è un simbolo vivente da trattare come patrimonio mondiale, da farla parlare nelle scuole di continuo; anche perché sta per finire il tempo a nostra disposizione per interrogare, ma aggiungerei, per abbracciare i sopravvissuti

Spaventoso che il tempo trascorso dagli anni Trenta e Quaranta abbia portato a termine il suo compito biologico, eppure non abbia espletato la sua funzione di monito universale. Non ancora, basta leggere giornali, social, opinioni, fiutare l’aria. Chi dice che siamo salvi, non sa o finge; come il Dio di Edith, è connivente o indifferente.

Leggiamo uno stralcio del libro.

Sembrava che il sole si fosse spento per sempre e il mese dei morti divorasse le vite e non credemmo più alle notizie della latrina dove si sussurrava di bombardamenti; di chi e dove?
Della festa di Natale lì non c’era traccia, solo la neve nemica e i nostri ricordi, i miei e quelli di Judit, il mio sostegno, che mi scaldava le mani come la mamma e pregava come lei. Io non avevo imparato […] Anche se avessi imparato, in quei luoghi non avrei potuto neanche pronunciare il nome di Dio. Ed ero anche arrabbiata con Lui. Come poteva rimanere indifferente a quello scempio?
“Tutto è colpa dell’uomo” diceva mia madre. “Dove mette i piedi non cresce più neanche l’erba!”
“Allora l’uomo è più forte di Dio?” le chiedevo.
“Tutti pagheranno per le proprie azioni” mi rassicurava lei. E come si poteva non credere a una madre?

Il pane perduto del titolo diventa non solo metafora di quanto abbandonato, con le ultime forme di pane lasciate a lievitare e mai più ritrovate; è anche la perdita della normalità, del quotidiano, e chi ha letto il libro fino all’ultima straziante Lettera a Dio ritroverà questa parola. Ma è soprattutto la negazione del diritto di base, quello della vita, perché il pane è questo, è ciò che usiamo per rappresentare la base. È il  minimo che mangiamo per accompagnare l’ulteriore, la casa di sicurezze e garanzie che abitiamo dalla nascita su questa terra. Proprio questo diritto, che è acquisito di nascita in quanto esseri umani, che venga perduto è disumano e inaccettabile, così come disumano e inaccettabile speriamo si possa gridare sempre più forte dell’indimenticabile peccato mortale della Shoah.

Queste testimonianze sono come gli anticorpi di una malattia orribile, e tuttavia irrimediabilmente umana, che se non fosse stata umana non l’avremmo compiuta noi ma delle bestie. Eppure, non bestie ma uomini come noi, io che parlo e voi che ascoltate, hanno partecipato, chi attivamente chi per ignavia, allo sfacelo del ventesimo secolo; e perciò più che mai in questi anni di pericoloso revisionismo, sì che serve, parlare ancora e ancora e ancora, e ricordare sempre. Per tentare di non ammalarsi più di quel male, o quando fosse troppo tardi e il virus fosse contratto ormai, di guarire in tempo, prima che muoia la nostra umanità.

Il rischio è che si dimentichi, che si dimentichi non dell’accaduto letterale che viene riassunto, raccontato e ripreso da milioni di parole nei libri di storia; che si dimentichi di esserne stati parte, molto vicini, di aver sofferto, di aver rischiato – per poche generazioni – di farne parte come vittime o carnefici. Ci si dimenticherà che sia stato nostro, e si tornerà ad apprenderlo come parliamo di meteoriti che abbattono specie, di una glaciazione fra le altre glaciazioni. Con le parole, dimenticandosi che sia stato una parte così dolorosa del nostro sofferto e così grande delle nostre colpe.

Non bestie ma uomini come noi hanno partecipato allo sfacelo del ventesimo secolo; e perciò più che mai in questi anni di pericoloso revisionismo, che non si smetta di parlare, di scrivere, di ricordare.

Il pane perduto” di Edith Bruck, edizioni La Nave di Teseo, 2021. Anonima Lettrice Italiana.

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Ali

Leggo, scrivo, parlo, ma soprattutto parlo. E poi leggo e scrivo.

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