Ho passato la notte dopo aver finito di leggere “QUELLO CHE POSSIAMO SAPERE” di Ian McEwan (Einaudi) in balia di onde gigantesche. Nel sonno cercavo di galleggiare, sballottata su e giù, ma stranamente non avevo paura perché c’era una barca che si avvicinava e che sentivo mi avrebbe salvata. Potevo infatti vedere sempre più nitido lo scrittore in persona che si stagliava a prua gridandomi: «È tutta colpa dell’Inondazione! Ora ti passo la Corona, prendila e sali da me!». Inutile descrivere come mi sentissi al risveglio, ma giuro che è la prima volta che mi capita una simile esperienza dopo aver letto un libro. Colpa di un autore tanto geniale, altroché, che ha scritto l’ennesimo romanzo molto denso, ben congegnato, foriero di messaggi attuali, letterario. Un romanzo per comprendere il nostro presente alla luce del futuro.

L’Inondazione e la Corona per Vivien
L’Inondazione è quella che seguì il Grande Disastro, la Corona (componimento poetico strutturato, solitamente formato da una serie di sonetti – spesso 14 o 15 – legati insieme, dove l’ultimo verso di ogni sonetto costituisce il primo del successivo. Questa forma di concatenazione tecnica crea una sequenza continua, simile a una corona) è il fantomatico e perduto componimento che l’illustre poeta Francis Blundy dedica alla moglie Vivien e che viene letto una sola volta in occasione del suo compleanno durante il «Second Immortal Convivio» (secondo al Primo del 1817 che ebbe Keats e Wordsworth tra i partecipanti).
Il viaggio dell’eroe
Entrambe sono focali nella narrazione, la prima perché determina un “prima” e un “dopo”, la seconda perché la sua ricerca è l’ossessione di Thomas Metcalfe, studioso di letteratura del periodo 1990-2030 e voce narrante della prima parte di questo corposo libro. Il suo viaggio dell’eroe prevede spostamenti per consultare libri, carte, diari, tabulati telefonici, mail. Lo porterà più volte alla biblioteca Bodleiana (trasferita su una montagna gallese per salvarla dalle acque) e addirittura in acque infestate da briganti in un Regno Unito ridotto dall’Inondazione a un arcipelago di isole. E la consapevolezza che maturerà dovrà tenere conto proprio di “quello che possiamo sapere”.
La prima parte
Siamo nel 2119, in un Regno Unito devastato dai cambiamenti climatici culminati nel Grande Disastro e nell’Inondazione, due eventi apocalittici che hanno causato oltre duecento milioni di morti e cancellato intere metropoli a livello mondiale. Metcalfe, appunto, è alla ricerca della Corona per Vivien, che è svanita nel nulla. Essa viene così mitizzata, si dice sia sublime, si pensa sia un manifesto ecologista del suo autore, ma nessuno sa quale verità si celi dietro la sua scomparsa. E i posteri si interrogano su quale differenza potrebbe fare il suo ritrovamento.
Questa prima parte è un filo troppo prolissa, ma credo che sia pressoché impossibile in sede di editing proporre dei tagli a uno scrittore di tal levatura, che usa la distopia per criticare e accusare lo stile di vita e le scelte politiche attuali, cause del cambiamento climatico e delle molteplici, verosimili guerre fino al Grande Disastro. Nel mondo che ne emerge praticamente nessuno legge più, i giovani non sono più capaci di concentrarsi, hanno l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale contingentato. McEwan critica così pure il mondo accademico, che si compiace autoaffermandosi e che pare scollegato dalla realtà, incarnato in un appassionato e tormentato Metcalfe, colui tenta di riportare in auge il nostro presente (inteso come primi anni 2000), un periodo in cui invenzioni geniali convivono con gente «chiassosa, famelica, irresponsabile e libera» e «dicerie fantasiose, maligne o stupide iniziavano a modificare la natura non solo della politica ma anche dell’intelligenza umana».
Al di là della nostalgia
«Arriva senza preavviso, come uno schiaffo, la nostalgia anche se il termine mal si addice a un posto che non ho mai visto. Eppure mi prende, in fondo al cuore, una strana fitta di piacere misto a pena, un anelito, una meraviglia, una tristezza. Questo anelito per qualcosa che non si è conosciuto e che è andato perso meriterebbe una parola tutta sua, perché va al di là della nostalgia, è la smania per qualcosa che un tempo era noto. Non proprio un tormento, ma nemmeno una risorsa. Quel misto di piacere e pena è emotivamente devastante, impedisce la concentrazione.»
Metcalfe quasi si innamora di una Vivien immaginata e ricostruita attraverso le parole altrui. Lei è morta da decenni, ma lui ne è così ossessionato da averne la vita condizionata. E McEwan ci fa ossessionare insieme a lui, ci sembra di conoscerla, di sapere tutto di lei e della Corona, che vogliamo trovare e leggere.
La seconda parte
Poi inizia la seconda parte, quella in cui quello che (non) possiamo sapere ci investe ed è come se facessimo un frontale.
Di questa seconda parte preferisco non fare spoiler, perché vorrei che il lettore si stupisse come me nel leggerla. La bravura di McEwan si evince anche dal non renderla prevedibile, soprattutto riguardo alla voce narrante e al genere (credo che chi ha letto “Espiazione” possa capire).
La lettura diventa più facile, le pagine scorrono veloci verso lo svelamento non tanto del mistero circa la scomparsa della Corona, bensì di cosa sia realmente la verità: la scelta delle cose di noi da narrare e tramandare fa sì che “quello che possiamo sapere” è sempre e solo un’illusione, tutto è filtrato, spesso distorto, sempre costruito. Tuttavia non possiamo esimerci dal cercare la Verità, perché alla fine è proprio la sua ricerca che ci fa scoprire qualcosa anche di noi.
Il “genere McEwan” è Letteratura
“Quello che possiamo sapere” è un romanzo ambizioso di difficile lettura, richiede pazienza e tenacia che a mio parere vengono
È un romanzo anche ambientalista: il mondo del 2119 è frutto dell’attuale scellerata gestione climatica, è più pulito e la Natura si è riappropriata dei suoi spazi. Ma a che prezzo? Duecento milioni di morti, città sommerse, cultura azzerata.
«Tutto questo non dipendeva da un comportamento virtuoso. Era il risultato del crollo della civiltà. Ogni volta che gli esseri umani si fanno da parte, il resto del mondo vivente torna pian piano a fiorire.»
Menzione speciale alla copertina realizzata dall’ufficio grafico Einaudi composta da tre immagini partendo dall’illustrazione di Manfredi Ciminale.
(traduzione di Susanna Basso)
Post Scriptum
Conquistata dalla sagacia delle pagine sui bagni di sole. Metcalfe ricorda di aver letto «una storia sociale della Gran Bretagna scritta una sessantina d’anni addietro, una sorta di classico… Dagli anni Settanta del Novecento in poi, milioni di britannici bianchi avevano approfittato di voli economici per spostarsi al sud in estate e passare ore ogni giorno sdraiati a bordo piscina o in spiaggia sotto un sole feroce. Lo scopo era quello di far diventare scura la pelle chiara e ottenere un aspetto giudicato sano ed esteticamente migliore. Il fatto che quest’idea convivesse con il razzismo bianco costituiva, secondo l’autore, uno degli affascinanti misteri della storia sociale. Perfino dopo che la scienza medica ebbe accertato gli effetti cancerogeni e l’invecchiamento precoce causati da un’eccessiva esposizione ai raggi solari, la pratica si protrasse ancora ben oltre l’inizio del ventunesimo secolo». Poi ci sono stati il Grande Disastro, l’Inondazione, e molto altro, e «gli individui completamente bianchi rappresentano ormai una netta minoranza. È un peccato che siano fatti oggetto di discriminazione. La solita vecchia storia». Già, non impareremo mai. Neanche tra cento anni.
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Quello che possiamo sapere – Ian McEwan (Einaudi) – A Garamond Type.




