“Un disco dei Platters: romanzo di un maresciallo e una regina” di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli

Non credo di avervi mai parlato della mia passione per Guccini. La cosa fa anche strano perché non avevo ancora mai letto nulla di suo. Sarà un caso, saranno le macchinazioni del destino, ma mi sono ritrovato a leggere due suoi libri nell’arco di un mese. Di Romeo e Giulietta 1949 ne abbiamo già parlato, ora è il turno di Un disco dei Platters, scelto più per il titolo che per altro, anche perché si tratta del secondo volume dedicato all’ex maresciallo Benedetto Santovito che, ve lo dico subito, rimane dentro come un vecchio amico, uno zio, un nonno che non potete più vedere. In meno di metà romanzo schizzerà in cima alle vostre simpatie.
Diamoci un tono
Per chi non lo sapesse, Loriano Macchiavelli è un giallista navigato, con un sacco di pubblicazioni alle spalle e adattamenti televisivi, che si è impegnato nel secolo scorso per ridare slancio e dignità al genere in Italia. Con Francesco Guccini ha scritto diversi romanzi, di cui cinque con protagonista Santovito. Va detto che, oltre al personaggio in sé, parlando del “ciclo Santovito” parliamo anche della sua collocazione nel tempo. Si tratta infatti di una collana storica, con il nostro in attività durante la Seconda Guerra Mondiale (aridaje France’!) e in pensione nel momento in cui si svolge il romanzo, negli anni Sessanta.
Santovito, per motivi che non riesce a decifrare se non archiviandoli alla voce “nostalgia”, torna a visitare il paese in cui aveva prestato servizio durante la guerra; il caso vuole che ben due delitti si siano consumati nel tranquillo paesello giusto la notte prima. Quando si ripresenta in paese tutti pensano che sia lì per le indagini, ma la verità è che nemmeno lui sa perché è tornato. Non che avesse lasciato molto indietro, non che lo aspettasse qualcuno, non che avesse ricordi chissà quanto piacevoli.
Bentornato!
Detto questo, tutti in paese lo riconoscono e tutti ne hanno un grande rispetto. Così, appena mette piede in paese dopo aver fatto la conoscenza in treno della giovane Raffaella, le vecchie e nuove conoscenze lo aggiornano sui fatti appena accaduti. È terribile: due bambini morti in un solo giorno. Uno è saltato su una vecchia mina tedesca, l’altro è affogato nel laghetto. Ma a parte il maresciallo Amadori — quello incaricato delle indagini e che non gode della stima di nessuno, tant’è che in quel buco ci è stato spostato per evitare grane maggiori — nessuno sembra credere all’incidente. La mina sarebbe esplosa prima, e il bambino affogato era un abile nuotatore.
Santovito vorrebbe ignorare la faccenda e godersi la villeggiatura con il solito sigaro in bocca ma, vuoi per indole, vuoi perché chiamato in causa, vuoi anche per la frizzante Raffaella che lo trascina nelle indagini per via della sua innata curiosità, si ritrova al centro dell’azione. Non quella ufficiale, ma quella sua personale. Conosce bene il posto e bene gli abitanti sopravvissuti. È la memoria storica di un paese che è disposta a ricordare i fatti di guerra solo per lui.
Apparecchiamo il tavolo
«Forza signor maresciallo, che poi si parte!»
Santovito gli passò la valigia e disse sottovoce: «Guarda Collina che non sono più maresciallo».
«Lei può dire quello che vuole, ma per noi resterà sempre il signor maresciallo». Scese la scaletta. Si fermò dinanzi a Santovito e gli piantò gli occhi in viso: «Scommetto la mia Carolina che lei è qui per quei ragazzi» disse, anche lui sottovoce.
«Quali ragazzi?»
«I due ragazzi uccisi. Ci ho preso?» Non gli lasciò il tempo di rispondere: «Sissignore signor maresciallo: nessuno crede alla disgrazia, neppure quel testone di Ares Amadori, il ferrarese del cazzo, che è tutto dire».
[…]
«Collina, non sono più maresciallo».
«E io non sono più Collina, ma Stalìn. Salti sopra, signor maresciallo, che si parte».
A popolare la scena e le indagini ci sono diversi personaggi, tra cui il fabbro Bleblé, il Romitto (uno scorbutico che vive fuori dalla società), il giovane Stelio, garzone della locanda dai natali incerti, l’autista della corriera che si fa chiamare Stalìn, e un turista tedesco che non chiarisce il suo ruolo. Nonché la già citata Raffaella che, nonostante l’avvenenza e la differenza di età, sembra gradire fin troppo l’odore del sigaro di Santovito.
Il romanzo scorre liscio e piacevole. Si porta bene i suoi anni (la prima edizione è del 1998) e rivela che la nostalgia era un tema già caro trent’anni fa: ogni tanto si torna ai flashback della guerra, dove si vanno a collocare i tasselli di un giallo che arriva alla conclusione con un buon ritmo, un colpevole inaspettato e per quanto mi riguarda imprevedibile, e che lascia un senso di compiutezza e la voglia di incontrarsi di nuovo.
“Un disco dei Platters: Romanzo di un maresciallo e una regina” di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, Mondadori, 1998. Malditesto.




