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Ernest Hemingway, finali riscritti e la conta delle parole sul muro

Ogni scrittore ha il suo metodo: chi scrive solo al mattino, chi solo di notte, chi ama una macchina da scrivere rispetto a un’altra. È solo con il tempo che si affinano questi arnesi da lavoro, ed è solo dai grandi scrittori che si può prendere spunto per migliorare.

Ernest Hemingway: la conta delle parole

ernest hemingway

Prendiamo Ernest Hemingway, uno dei più grandi tra i grandi. Scriveva tanto, sempre, in ogni occasione possibile, e per un lungo periodo della sua vita il numero giornaliero delle parole che riusciva a stendere su carta era segnato su un pezzo di cartone che lui stesso appendeva al muro.

Lo scopriamo sbirciando in una vecchia intervista di George Plimpton sulla Paris Review, numero 18 del 1958, che tra l’altro è interamente disponibile online, dove leggiamo:

He keeps track of his daily progress—“so as not to kid myself”—on a large chart made out of the side of a cardboard packing case and set up against the wall under the nose of a mounted gazelle head. The numbers on the chart showing the daily output of words differ from 450, 575, 462, 1250, to 512, the higher figures on days Hemingway puts in extra work so he won’t feel guilty spending the following day fishing on the Gulf Stream.

Quindi scopriamo che il caro Ernest “Tiene traccia dei suoi progressi quotidiani – “per non illudermi” – su un grande grafico ricavato dal lato di una scatola di cartone e fissato sul muro, sotto il naso di una testa di gazzella.”

Lavorava così, con “I numeri sul grafico che mostrano la produzione giornaliera di parole” e che variano “da 450, 575, 462, 1250, a 512, le cifre più alte nei giorni in cui Ernest Hemingway fa un lavoro extra per non sentirsi in colpa trascorrendo il giorno successivo a pescare”.

Una riflessione sul numero di parole scritte ogni giorno emerge anche da una lettera a Maxwell Perkins del 1944, quasi 15 anni prima di quella intervista. Hemingway dice che “solo se ho scritto 320 parole mi ritengo soddisfatto”. Non poche, affatto. Eppure, Ernest si lamenta col suo editor, perché il suo editore Scribner, invece, lo prende in giro per il suo conteggio quotidiano delle parole. Ma Scribner non può capirlo, non essendo uno scrittore.

Scriveva tantissimo Hemingway. E riscriveva, soprattutto: basti pensare che il finale di uno dei suoi capolavori, “Addio alle armi”, fu scritto e buttato via ben 39 volte.

Progressivi avvicinamenti alla perfezione. Solo dopo quasi 40 riscritture, dopo aver modificato, limato, ampliato e rivisto, si ritenne soddisfatto. Non era semplice, per Hemingway. Spesso tentennava, nell’attesa delle “parole giuste”. Parole che, per fortuna di noi lettori, sono arrivate così tante volte.

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