Leggere con Gusto

Il Gattopardo: un romanzo e una ricetta “di sostanza”

Nel bene e nel male, la Sicilia

è l’Italia al superlativo

(Edmonde Charles Roux)

Da questo mese, abbiamo una graditissima ed autorevole new entry, che ci consiglierà l’abbinamento di un vino con la ricetta da me proposta.

La new entry per l’abbinamento cibo-vini: Alessandro Scorsone, “Maestro d’Arte e Mestieri”

Sommelier, Maestro Cerimoniere alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e responsabile dei ricevimenti a Palazzo Chigi, giornalista, consulente, personaggio televisivo. Fascino british, professionalità, educazione, stile e un’umiltà propria dei grandi: vi presento Alessandro Scorsone, un professionista che “ascolta il vino e ne racconta l’anima”, con un linguaggio semplice “che sia piacevole per gli eruditi e comprensibile per i neofiti”.

Alessandro Scorsone

Per essere dei bravi comunicatori – spiega Scorsone – bisogna mettere in campo cuore e passione, solo così si può aspirare alla condivisione di un calice senza far sentire nessuno estraneo”. Dimenticavo! Alessandro Scorsone ritiene che l’abbinamento perfetto non esista: “è l’emozione che fa la differenza. Credo sia arrivato il momento di smettere di raccontare dogmi: sto bevendo un gran vino, forse l’abbinamento con il cibo non è quello ottimale, ma sto vivendo un momento indimenticabile, quello che bevo mi piace e mi rende felice”.

Quanta saggezza in questo alcolico “qui ed ora” caro Alessandro!

Ultimo, ma non per importanza, desidero segnalarvi tra i tanti premi e tributi ricevuti da Alessandro Scorsone, il prestigioso riconoscimento – Maestro d’Arte e Mestiere 2020 per la categoria “Sommellerie” – ricevuto proprio in questi giorni da Alessandro.  Ecco la motivazione: “Alessandro Scorsone è un sommelier dal talento raro e dalla passione smisurata, uno dei più celebri alfieri del vino italico. Il suo compito? Ascoltare il vino e raccontarne l’aura, attraverso parole capaci di dipingere il territorio, la storia, la filosofia dei produttori del mondo enoico”.

La Fondazione Cologni e ALMA – Scuola Internazionale di Cucina Italiana hanno voluto creare in Italia il titolo di Maestro d’Arte e Mestiere dell’artigianato artistico: dal restauro, al teatro, al tessile, fino ai mestieri del gusto e all’arte dell’ospitalità. L’iniziativa, a cadenza biennale, intende valorizzare e far conoscere ad un pubblico più ampio possibile alcuni dei più significativi protagonisti del nostro artigianato di eccellenza.

Come ha dichiarato Franco Cologni, Presidente della Fondazione Cologni, “I Maestri d’Arte raccontano un mondo dove la mano che realizza ha pari importanza della mano che crea. Perché soltanto il tocco umano può attivare il fertile dialogo tra la competenza e l’intelligenza, tra saper fare e saper creare. Il Maestro d’Arte ci aiuta ad ammantare la nostra vita di bellezza, con l’azione delle sue mani e della sua mente. Tutti noi ricerchiamo la bellezza”.

Un romanzo ed una ricetta “di sostanza”

Pronti a tornare in Sicilia?

Dal ‘700 de “La lunga vita di Marianna Ucria”, facciamo un salto temporale ed arriviamo al 1860 pur rimanendo in Sicilia. L’isola è ora sotto il dominio dei Borboni e si avvicina lo storico “sbarco dei Mille” guidato dall’uomo che viene dal mare: Giuseppe Garibaldi.

Siamo in pieno Risorgimento e la Sicilia, nonostante i venti di cambiamento – i moti rivoluzionari prima e poi l’Unità d’Italia – è ancora la terra di una nobiltà che resiste e continua a difendere strenuamente i propri privilegi.

sicilia libri e cibo

Ed è in questo contesto che viene ambientato un famoso romanzo, da cui è stato realizzato anche un film, altrettanto famoso, dal regista Luchino Visconti che, nel 1963, vinse la Palma d’oro a Cannes.

Si tratta, ovviamente, de’ Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi (principe di Lampedusa, duca di Palma, barone della Torretta, Grande di Spagna di prima Classe: questi i suoi numerosi titoli nobiliari ottenuti nel 1934 alla morte del padre).

Ma chi era Giuseppe Tomasi di Lampedusa? 

Giuseppe Tomasi di LampedusaNato a Palermo nel 1896, nel casato dei Tomasi di Lampedusa (diramazione della famiglia Tomasi dalla quale discendevano anche i Leopardi di Recanati), fu molto legato alla madre, Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò, donna dalla grande personalità che ebbe molta influenza sul figlio. Dopo aver frequentato prima a Roma e poi a Palermo il liceo classico, si iscrisse a Roma alla facoltà di Giurisprudenza, che non terminò. Nel 1915 fu chiamato alle armi e nella disfatta di Caporetto fu catturato dagli austriaci ma riuscì a fuggire ed a tornare in Italia. Personaggio taciturno e solitario, trascorreva molto tempo immerso nella lettura (conosceva a fondo, negli originali, le principali letterature). Ricordando la propria infanzia raccontò che era stato “un ragazzo cui piaceva la solitudine, cui piaceva più stare con le cose che con le persone”.

Arrivò tardi alle lettere dopo una vita di viaggi, anche all’estero, lunghi soggiorni nel palazzo paterno di Palermo e nella casa di campagna di Santa Margherita di Belice. Nel 1953, qualche anno prima della sua morte, Tomasi di Lampedusa cominciò a frequentare un gruppo di giovani intellettuali, tra i quali Francesco Orlando e Gioacchino Lanza Mazzarino: quest’ultimo fu adottato dallo scrittore che non ebbe figli. Nel 1954, con il cugino poeta Lucio Piccolo, Giuseppe Tomasi si recò a San Pellegrino Terme ad un convegno letterario dove conobbe Eugenio Montale e Maria Bellonci. Si racconta che fu proprio al ritorno da quel viaggio che cominciò a scrivere “Il Gattopardo”, pubblicato nel 1958, un anno dopo la sua morte.

Il “gran rifiuto” di Elio Vittorini

il gattopardo “Il Gattopardo” è uno dei grandi libri del ‘900 letterario che, come altri famosi romanzi, rischiò di non essere pubblicato. Il libro subì “il gran rifiuto” alla pubblicazione da parte di Elio Vittorini, prima nel 1956 con Mondadori e poi nel 1957 con Einaudi. Il giornalista Matteo Collura, in un articolo pubblicato nel 1997 sul Corriere della Sera, contesta la vulgata che ritiene Vittorini responsabile.

In questo contesto non risulta prioritario esaminare la veridicità del rifiuto di Vittorini (lascio ai più curiosi la libertà di approfondire) ma vi lanciò però una provocazione: chi oggi sostiene che Vittorini non rifiutò la pubblicazione del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, come spiega perché all’epoca nessuno dei protagonisti della vicenda confutò la tesi del rifiuto, culminata con una stroncatura e la restituzione del manoscritto al mittente?

Noi lettori dobbiamo essere grati a Giorgio Bassani che, diventato direttore della collana di narrativa della Feltrinelli “I Contemporanei”, aveva chiesto ai suoi amici e conoscenti di segnalargli manoscritti inediti ed interessanti. E così fece Elena Croce, figlia del filosofo, che inviò a Bassani il manoscritto de’ “Il Gattopardo”. Giorgio Bassani ne comprese immediatamente il valore e lo fece pubblicare postumo. Il romanzo nel 1959 vinse il Premio Strega e con oltre 100.000 copie vendute divenne il primo best seller italiano.

il gattopardo libroIo possiedo, orgogliosamente, come eredità della biblioteca di famiglia, un’edizione del 1960 del romanzo, con la copertina disegnata da Heiri Steiner e la prefazione del 1958 di Giorgio Bassani.

Pur tenendomi stretta la mia vecchia edizione, attraverso le sue pagine vi invito ad entrare insieme a me nel palazzo del principe di Salina, il “Gattopardo”:

“Nunc ed in hora mortis nostrae. Amen”.

La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz’ora la voce dl pacata del Principe aveva ricordato i Misteri Gloriosi e Dolorosi; durante mezz’ora altre voci, frammiste, avevano tessuto un brusio ondeggiante nel quale si erano distaccati i fiori d’oro di parole inconsuete: amore, verginità. morte; e durante quel brusio il salone rococò sembrava aver mutato aspetto. […] Nell’affresco del soffitto si risvegliarono le divinità. Le schiere di Tritoni e di Driadi, che dai monti e dai mari fra nuvole lampone e ciclamino si precipitavano verso una trasfigurata Conca d’Oro per esaltare la gloria di casa Salina, apparvero di subito tanto colme di esultanza da trascurare le più semplici regole prospettiche; e gli Dei maggiori, i Principi fra gli Dei, Giove folgorante, Marte accigliato, Venere languida, che avevano preceduto le turbe dei minori, sorreggevano di buon grado lo scudo azzurro col Gattopardo. […] Al di sotto di quell’Olimpo palermitano anche i mortali di casa Salina discendevano in fretta giù dalle sfere mistiche. Le ragazze raggiustavano le pieghe delle vesti, scambiavano occhiate azzurrine e parole in gergo di educandato; da più di un mese, dal giorno dei “moti” del Quattro Aprile, le avevano per prudenza fatte rientrare dal convento. […] I ragazzini si accapigliavano; […] il primogenito, l’erede, il duca Paolo, aveva già voglia di fumare. […] La prepotenza ansiosa della Principessa fece cadere seccamente il rosario nella borsa trapuntata di jais, mentre gli occhi belli e maniaci sogguardavano i figli servi e il marito tiranno.

Ed ecco il Gattopardo

Lui, il Principe, intanto si alzava: l’urto del suo peso da gigante faceva tremare l’impiantito, e nei suoi occhi chiarissimi si riflesse, un attimo, l’orgoglio di questa effimera conferma del proprio signoreggiare su uomini e fabbricati.

Adesso posava lo smisurato Messale rosso sulla seggiola che gli era stata dinanzi durante la recita del Rosario, riponeva il fazzoletto sul quale aveva poggiato il ginocchio, ed un po’ di malumore intorbidò il suo sguardo quando rivide la macchiolina di caffè che fin dal mattino aveva ardito interrompere la vasta bianchezza del panciotto.

Non che fosse grasso: era soltanto immenso e fortissimo; la sua testa sfiorava (nelle case abitate dai comuni mortali) il rosone inferiore dei lampadari; le sue dita sapevano accartocciare come carta velina le monete da un ducato; e fra villa Salina e la bottega di un orefice era frequente un andirivieni per la riparazione di forchette e cucchiai che la sua contenuta ira, a tavola, gli faceva spesso piegare in cerchio. Quelle dita, d’altronde, sapevano anche essere di tocco delicatissimo nel carezzare e maneggiare, e di ciò si ricordava a proprio danno Maria Stella, la moglie; e le viti, le ghiere, i bottoni smerigliati dei telescopi, cannocchiali e “ricercatori di comete” che lassù, in cima alla villa, affollavano il suo osservatorio privato, si mantenevano intatti sotto lo sfioramento leggero.

Ma da dove proviene il titolo di questo romanzo?

giuseppe tomasi di lampedusaEsso ha origine dallo stemma di famiglia dei principi di Lampedusa, che rappresenta il Felis leptailurus serval, una belva diffusa nell’Africa settentrionale. Per lo scrittore questo animale ha un’accezione positiva:

Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene”.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa da parecchio tempo coltivava il progetto di scrivere un libro basato sulle vicende della sua famiglia, con protagonista il bisnonno – il principe Giulio Fabrizio Tomasi – che visse in epoca risorgimentale e morì nel 1885, conosciuto per aver realizzato un osservatorio astronomico per le sue ricerche.  “Il Gattopardo” fu scritto in pochi mesi tra il 1955 ed il 1956, dopo il ritorno dal convegno di San Pellegrino Terme dello scrittore: usciva di casa la mattina presto ed andava a scrivere al Circolo Bellini per rientrare verso le 15.00.

Il romanzo racconta dal punto di vista di don Fabrizio Corbera, principe di Salina (alter ego dello scrittore), i cambiamenti avvenuti nella sua Sicilia prima con lo sbarco dei Mille e poi con l’Unità d’Italia. Protagonista è non soltanto il Gattopardo ma anche la Sicilia raccontata dal punto di vista sociale ed economico: la nobiltà tenta con tutte le sue forze di resistere al cambiamento, anche adeguandosi al nuovo: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Questa frase (profetica) messa in bocca da Tomasi di Lampedusa a Tancredi Falconeri, nipote e pupillo del principe di Salina, non si addice perfettamente anche all’Italia attuale ed ai suoi trasformismi gattopardeschi?

Mentre la nobiltà è in decadenza, una nuova classe sociale sta emergendo, rappresentata dal (plebeo) Don Calogero Sedàra, sindaco di Donnafugata e dalla bellissima figlia Angelica la quale, spinta dall’ambizione, si sposerà con Tancredi.

Ma questa nuova classe sociale che scalpita per emergere viene vista con disprezzo dai nobili, colti e raffinati, che notano, come il principe in Don Calogero “quel mucchietto di astuzia, di abiti mal tagliati, di oro, di ignoranza che adesso entrava quasi a far parte della famiglia”.

E poi c’è Angelica, alla quale il collegio fiorentino “aveva cancellato lo strascichio dell’accento girgentano, nelle parole le rimaneva soltanto l’asprezza delle consonanti” ma nella quale Concetta, una delle figlie del Gattopardo (segretamente innamorata di Tancredi), nota a tavola “la grazia volgare del mignolo destro levato in alto mentre la mano teneva il bicchiere” e l’altrettanto disdicevole “tentativo, represso a metà, di togliere con la mano un pezzetto di cibo rimasto tra i denti bianchissimi”.

Anche se la frequentazione porterà Don Fabrizio ad abituarsi nel tempo “alle guance mal rasate, all’accento plebeo, agli abiti bislacchi e al persistente olezzo di sudore stantio” di Don Calogero e ad apprezzarne l’intelligenza, i due mondi rimangono separati e non si comprendono.

Un esempio emblematico di questa incomprensione è quando il principe di Salina, parlando del nipote Tancredi davanti ad Angelica, afferma: “ha cominciato presto ed ha cominciato bene, la strada che farà è molta”. Ma la ragazza, nonostante il raffinato collegio fiorentino che ha frequentato, penserà in siciliano: “Noi avemo il furmento e quello ci basta; che strada e strada?”.

Non vi sembra il tragico antefatto di ciò che oggi molti politici pensano del valore della cultura e dell’istruzione? Mi sembra quasi di sentirli: “noi abbiamo gli sghei (ed il potere); quale cultura e cultura?”.

Il gattopardo e la decadenza del Principe

Tutto il romanzo è permeato dalla decadenza, dalla nostalgia esistenziale del Principe, da un non adattarsi – nonostante la buona volontà ed il trasformismo – ai tempi (apparentemente) nuovi. Quando offriranno a Don Fabrizio un posto in Senato, lui risponderà: “Appartengo ad una generazione disgraziata, a cavallo tra i vecchi tempi ed i nuovi e mi trovo a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non ha potuto fare a meno di accorgersi, sono privo di illusioni; e che cosa se ne farebbe di un legislatore cui manca la facoltà di ingannare se stesso, questo requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri?”.

La disillusione di don Fabrizio Salina è quella dello stesso Tomasi di Lampedusa ed un po’ anche la nostra, che stiamo vivendo tempi altrettanto cupi.

Abbandonate gli eventuali pregiudizi (il libro è un “mattone”, Tomasi era un conservatore ecc. ecc.) e leggete o ri-leggete questo romanzo con mente aperta: solo allora potrete apprezzare l’acuta percezione che aveva lo scrittore della sua Sicilia e dell’Italia di allora, il suo senso dell’umorismo, la qualità del suo sensibile scavo della natura umana.

Leggiamo e rileggiamo Il Gattopardo, nonostante l’atmosfera di nostalgia e decadenza, con “lacrimosa allegria”: di seguito, vi parlerò dell’importanza del cibo nel romanzo e vedrete quanta contentezza proverete di fronte a succulente ricette e vini magnifici!

Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Editore: Feltrinelli

Anno Pubblicazione: 1958

Pagine: 327

La gastronomia siciliana e “Il Gattopardo”: quando il cibo è protagonista

Nel romanzo “Il Gattopardo” il cibo diventa un elemento portante, quasi un protagonista che contribuisce a delineare ed a presentare ambienti e personaggi.

In varie occasioni, ai personaggi del libro vengono associati un cibo o una bevanda. A Don Onofrio, l’onesto e non raffinato amministratore del Principe viene somministrata “la tortura del tè”, bevanda d’altronde non molto utilizzata nel Meridione dove si preferisce il caffè: Don Pirrone lo prende forte con i biscotti di Monreale; le monache del Monastero dello Spirito Santo lo servono con i loro “mandorlati rosa e verdognoli”; a Tancredi e Cavriaghi, tornati zuppi di pioggia, vengono offerti cognac, ponce e biscotti; Don Pirrone, pur apprezzando la raffinata cucina di palazzo Salina, a casa della madre si bea con “il secolare aroma del ragù che saliva insieme all’estratto di pomodoro, cipolle e carne di castrato”.     

Ma il cibo serve anche a raccontare la classe sociale dei protagonisti.

Da generazioni, i Salina con la bella stagione da Palermo si trasferivano nel palazzo di Donnafugata. Come ogni anno, in occasione del loro arrivo, per aprire la casa si organizzava una sontuosa cena per gli ospiti, per ribadire il potere immutato e lo sfarzo del Principe e del suo Casato. È la sera in cui fa il suo ingresso Angelica, bellissima (ma pur sempre borghese).

il gattopardo cena

Ecco come Tomasi di Lampedusa ci racconta l’arrivo in tavola di questo piatto che sicuramente conosceva ed amava:

“tre servitori in verde, oro e cipria entrarono recando ciascuno uno smisurato piatto di argento che conteneva un torreggiante timballo di maccheroni, soltanto quattro su venti convitati si astennero dal manifestare una lieta sorpresa: il Principe e la Principessa perché se l’aspettavano, Angelica per affettazione e Concetta per mancanza di appetito. Tutti gli altri (Tancredi compreso, rincresce dirlo) manifestarono il loro sollievo in modi diversi, che andavano dai flautati grugniti del notaio allo strilletto acuto di Francesco Paolo. Lo sguardo circolare minaccioso del padrone di casa troncò del resto subito queste manifestazioni indecorose.

Buone creanze a parte, però, l’aspetto di quei monumentali pasticci era ben degno di evocare fremiti di ammirazione. L’oro brunito dell’involucro, la fragranza di zucchero e cannella che ne emanava, non erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scorgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroncini corti, cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio”.

Ed ora, ecco a voi la ricetta rivisitata

La ricetta: Il timballo di maccheroni (Lu pasticciu de sostanza)

La famosa ricetta del timballo di maccheroni ci è arrivata alleggerita e modificata nei vecchi sapori che, probabilmente, non sarebbero adatti al nostro gusto attuale. Pur “attenuata”, la preparazione rimane complessa e con parecchie calorie. Preparatevi preventivamente con una settimana di moto e di cibi leggeri e poi sfidate le vostre abilità culinarie con questa sontuosa ricetta che stupirà gli ospiti!  E visto che si tratta di una preparazione lunga ed impegnativa, vi propongo direttamente una ricetta per 12 persone.

timballo del gattopardo
Foto: www.masterchef.sky.it

Difficoltà: alta; Preparazione: c. 30 minuti; Cottura: c. 45 minuti

Ingredienti (per 12 persone):

Per la pasta frolla:

550 g farina 00, 200 g strutto, 40 g zucchero semolato, 120 g vino bianco secco, 1 uovo
1 tuorlo, 1 cucchiaino di cannella, un pizzico abbondante di sale

Per la farcia:

600 g di maccheroni, 200 g di brodo di carne, 100 g di parmigiano grattugiato, 1 uovo (servirà per spennellare l’involucro di pasta frolla), 450 g di petto di pollo tagliato a listarelle, 400 g di funghi champignon, 200 g tritato di carne, 150 g pisellini surgelati,
120 grammi di prosciutto crudo tagliato a listarelle, 100 grammi di burro, 1 cipolla
1 spicchio d’aglio, 2 foglie di alloro, zucchero semolato, ¼ di stecca di cannella, 2 foglie di salvia, 1 rametto di rosmarino, 1 cucchiaino di maizena, 3 cucchiai di olio extravergine d’oliva, ½ bicchiere abbondante di marsala secco

Procedimento per la pasta frolla:

(da preparare il giorno precedente alla preparazione del pasticcio)

Impastare la farina con lo strutto, lo zucchero, la cannella, il sale, l’uovo intero, il tuorlo e il vino. Impastare velocemente fino ad ottenere una pasta liscia e omogenea. Ricoprire con la pellicola e mettere in frigo.

Procedimento per il timballo:

Pulire i funghi e affettarli sottilmente. Tritare la cipolla e l’aglio (privato del germoglio) con la salvia e il rosmarino e fare appassire questo trito con olio e 50 grammi di burro. Nel frattempo, scongelare i piselli in acqua bollente salata con una foglia di alloro e un cucchiaino di zucchero. Aggiungere al soffritto il prosciutto, il petto di pollo, la carne tritata, i piselli e i funghi. Cuocere su fuoco moderato per circa dieci minuti e sfumare con ½ bicchiere di marsala (tenerne da parte una cucchiaiata). Cospargere con un cucchiaino di farina e bagnare con un mestolo di brodo, unendovi una foglia di alloro e la cannella. Cuocere a fuoco moderato con il coperchio, per circa ½ ora.

Quando la farcia sarà pronta, condire con sale e pepe ed eliminare la foglia di alloro e la cannella. Intanto, sobbollire il brodo e farlo restringere, aggiungere una cucchiaiata di marsala, 50 grammi di burro tagliato a pezzetti ed un cucchiaino di maizena sciolta in poca acqua fredda (si deve ottenere una salsa densa). Dopo aver cotto, molto al dente, i maccheroni, scolarli bene e condirli con la salsa ottenuta ed il parmigiano grattugiato.

Stendere la pasta frolla, su una spianatoia infarinata, ad uno spessore di circa cinque millimetri e foderare il fondo e le pareti di uno stampo a cerniera di circa 20 cm di diametro e 10 cm di altezza. Adagiare sul fondo dello stampo foderato di pasta frolla uno strato, non molto spesso, di maccheroni; poi, solo al centro, mettere una cucchiaiata di farcia. Procedere con lo stesso sistema, in modo che i maccheroni circondino la farcia, ovvero la farcia al centro ed i maccheroni sui bordi. Stendere un altro disco di pasta frolla, dello stesso spessore del precedente, adagiarlo sul pasticcio in modo da saldare questo disco con la pasta frolla dei bordi. Creare un camino, del diametro di circa 2 cm, al centro del pasticcio ed inserirvi un cilindretto – ottenuto con carta stagnola in tre strati – in modo che fuoriesca il vapore durante la cottura.  Spennellare con uovo battuto intorno al foro e posizionarvi un cordoncino di pasta frolla.

Decorare la parte superiore del timballo con dischetti di pastafrolla di 3 cm circa (ricavati dagli resti di pastafrolla), ottenuti con un tagliapasta a bordo scannellato. Spennellare la superficie del timballo con un tuorlo sbattuto e decorare con qualche dischetto. Spennellare quindi anche i dischetti con l’uovo.

Mettere in forno, preriscaldato a 190°, per 45 minuti circa. Dopo circa 25 minuti di cottura, sfornare il timballo e togliere il bordo dello stampo a cerniera. Spennellare con il rimanente uovo battuto i bordi appena scoperti e disporvi i rimanenti dischetti di pasta frolla spennellandoli con altro uovo battuto. Rimettere in forno per i restanti 20 minuti.

A fine cottura, il timballo dovrà risultare ben dorato. Facendo molta attenzione, togliere delicatamente il camino di carta stagnola e fare scivolare il timballo sul piatto di portata.
Aspettare qualche minuto prima di formare le porzioni e servire.

L’abbinamento con il vino

grappoli di grillo 2017Il Sommelier “Maestro d’Arte e Mestiere 2020” Alessandro Scorsone ci consiglia di abbinare al timballo di maccheroni un vino della storica azienda Marco De Bartoli, il Grappoli di Grillo 2017, che ci racconta così:

 “un Grillo in purezza di 13 gradi che si presenta con un luminoso paglierino e sfumature dorate. Ricco al naso con sensazioni fruttate ed agrumate, seguite da toni di erbe aromatiche di salvia e timo corredate da ricordi stuzzicanti floreali di ginestra e fresia. L’assaggio è avvolgente ma allo stesso tempo teso e vivace, pervaso da freschezza e decisa sapidità che riporta al mare respirato dagli acini. La chiusura di bocca è davvero persistente, gradevolissima nella sua scia agrumata che richiama continuamente al sorso.

Questo vino è utile per tutta la preparazione del timballo (che richiede vino bianco secco) e per l’abbinamento, in modo da creare il cerchio perfetto”.

Curiosità sul timballo del Gattopardo

Le molteplici dominazioni che si sono succedute in Sicilia hanno contribuito a cambiare le usanze gastronomiche degli isolani. L’influenza francese, per esempio, ha introdotto l’uso di ingredienti come la cipolla in salse e condimenti; la delicata salsa bechamel, per rendere raffinati anche sughi forti che poi insaporivano pasta e timballi; la pasta frolla, adoperata come “contenitore” per timballi di pasta. Furono sempre i cuochi francesi ad inventare pietanze usufruendo di quanto veniva prodotto dalla calda terra di Sicilia. Nel seicento non c’era casa aristocratica palermitana che non avesse un cuoco francese: primo attore nelle cucine delle sontuose case nobiliari, il suo nome da Monsieur venne subito trasformato in “Monsù” dai servi del posto che lo assistevano. Chiamato appositamente dalla Francia preparava piatti eccezionali, sconosciuti ai commensali e si esibiva in decorazioni che stupivano gli ospiti: consommé, aragoste, polli in gelatina, splendidi dolci, fegati d’oca e maestosi pasticci e timballi come la ricetta sopra riportata.

Leggere con Gusto, la rubrica che parla di libri e cibo. 

Michela Scomazzon Galdi

Michela Scomazzon Galdi, giornalista pubblicista iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio, mi occupo da oltre 20 anni di comunicazione e organizzazioni eventi nel settore della cultura. In anni più recenti ho scelto di lavorare “per le donne e con le donne” e aiuto le artiste, in particolare quelle emergenti, a promuovere le loro opere e i loro progetti (libri, mostre d’arte, piccoli festival di cinema ecc.) attraverso il supporto di una comunicazione a colori per contribuire insieme a diffondere bellezza nel mondo. Ho lavorato tanti anni per il Dialogo interculturale, anche attraverso un Festival di cinema e cultura ebraica da me ideato e del quale sono stata Direttrice artistica e organizzativa per 10 anni. Pasionaria, salvata dai libri, leggo, scrivo, fotografo (soprattutto la mia amata Roma), adotto meticci e sperimento ricette di cucina. Le mie parole guida nella professione? Cultura, Bellezza, Donne, Diritti, Colori. Il mio mantra professionale e di vita? Mettici più cuore e meno cervello.

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