Di Versi in Versi

Di Versi in Versi: “L’istinto altrove” di Michela Zanarella

Osare con parole come cuore, che già dai primi versi compare, è impresa da pochi. E da pochi riuscita. Eppure Michela Zanarella lega al centro emotivo e universale di ogni nostra esistenza, temi e atmosfere mai banali, mai distratte dall’eccesso del dire. Lo fa con “L’istinto altrove”, edito da Giuliano Ladolfi Editore.

La poesia della Zanarella ha – in alcuni suoi tratti – un sapore di antica memoria, che rende l’ipoteca della poesia del passato meno pesante da reggere, in un equilibrio di mondi e immagini che avvolgono, scaldano, ristorano, nel prismatico universo dell’emotività. Ricorre una terminologia legata a colori, silenzi, sguardi, attraverso la quale l’autrice impartisce un ordine, un allineamento alla sua voce, che ci aiuta a entrare, a scavare in quel coacervo semantico di immagini intangibili, dove la sostanza materica latita, ma si sente, eccome.

Da “L’Istinto altrove” di Michela Zanarella (Giuliano Ladolfi Editore)

Il silenzio sopra ogni immagine aleggia lungo tutti i versi. Silenzio come sostanza innaturale umana, ma che al contrario diventa linguaggio di unione. Un silenzio che si reclama nel ritorno, benché per molti rappresenti una condanna,

«continuo a rannicchiarmi / tra i tuoi silenzi / come un feto smanioso di uscire / a toccare lo splendore del giorno».

E allora, se l’istinto è altrove, il silenzio è imperituro («mi tiene in vita / il pensiero di un tempo / speso a riempirmi / dei tuoi silenzi»). Sia il lettore a scegliere in che parte del proprio io, o forse sarebbe meglio dire Es, collocarlo: se nel trauma della parola desiderata, o se nel ristoro della quiete che invoca e rappresenta.

La poetessa Michela Zanarella

La Zanarella pensa a un «posto dove ogni cosa resiste al tempo», noi pensiamo che sia la poesia, la sua, a resistere. E più si prosegue accarezzando i versi della raccolta, più il silenzio diventa assenza, quella “assenza più acuta presenza”, come ci ricordano i versi di Attilio Bertolucci. O almeno così ci sempre di intuire. O almeno così qualcuno potrebbe credere. Ed è questa la forza della poesia, in generale, che la Zanarella sa incarnare: lasciare libero il passaggio dell’interpretazione emotiva. E se l’autrice tenta di difendersi dal passato – scrive in un passaggio della raccolta – noi ci arrendiamo al suo dire. E senza pentimento. Perché la sua poesia resiste, ma senza imporre la direttrice.

Felicia Buonomo

Felicia Buonomo è nata a Desio (MB) nel 1980. Nel 2007 inizia la carriera giornalistica, occupandosi principalmente di diritti umani. Alcuni dei suoi video-reportage esteri sono stati trasmessi da Rai 3 e RaiNews24. Attualmente è giornalista presso Mediaset ed è nella redazione di Osservatorio Diritti. Alcune sue poesie sono state pubblicate su riviste e blog letterari, quali La rosa in più, Atelier poesia, la Repubblica – Bottega della Poesia e altrove. Alcuni suoi versi sono apparti anche su riviste e blog letterari degli Stati Uniti, quali Our Verse Magazine, The Daily Drunk Mag e Unpublishable zine. A dicembre 2020, una poesia – tradotta in francese da Bernard Giusti – verrà pubblicata sulla rivista parigina “L'Ours Blanc”. Altri suoi testi poetici sono stati tradotti in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti. Cura una rubrica dedicata alla poesia su “Book Advisor”. Pubblica il saggio “Pasolini profeta” (Mucchi Editore, 2011), il libro-reportage “I bambini spaccapietre. L'infanzia negata in Benin” (Aut Aut Edizioni, 2020), la raccolta poetica “Cara catastrofe” (Miraggi Edizioni, 2020) e la raccolta poetica "Sangue corrotto" (Interno Libri, 2021). Dirige la collana di poesia “Récit” per Aut Aut Edizioni.

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