Sussurri tra le pagine

“Di cosa viviamo” di Birgit Birnbacher: la scoperta del mondo oltre la necessità di sopravvivenza  

Il secondo romanzo edito in Italia da Birgit Birnbacher si apre con una domanda all’apparenza semplice e senza grandi pretese, eppure insidiosa e piuttosto dispettosa: “di cosa viviamo”? La risposta più banale potrebbe essere la ricerca di soddisfazione attraverso le passioni a lungo coltivate, gli obiettivi raggiunti, un lavoro che coincida con la propria propensione, spesso, anche la distruzione di antichi schemi per nuovi piani più gratificanti. Nel dipanarsi del racconto, che segue il filo rosso di meccanismi familiari piuttosto comuni, si allarga, però, la visione verso una prospettiva più ampia e quindi verso un quesito evidentemente più urticante: quale di questi propositi fornisce reale completezza alle nostre esistenze? Quali veramente rispettano le originali aspettative prima di essere soppiantate dagli obblighi che la società prescrive? “Come succede quando si ripensa continuamente alle proprie preoccupazioni, fino a quando, a un certo punto, restano solo nei nostri sogni, come colonne invisibili. Strane impalcature di una realtà di cui più tardi, per semplicità, diremo: «È andata così».” 

(2020, Josh Vuong, Unsplash License)

“Di cosa viviamo” racconta lo spaccato della vita di una donna che potremmo considerare ordinaria, seppure influenzata da un tragico avvenimento passato. L’autrice non impone analisi elaborate o infinite riflessioni per mettere a nudo le conseguenze psicologiche dei vecchi traumi mai veramente elaborati, piuttosto ne descrive con vividezza gli effetti sul presente: la frustrazione per una devozione mutata in lavoro opprimente, il disagio per le relazioni che si riveleranno fin troppo superficiali, la solitudine per i legami recisi e per le case che non apparterranno mai veramente, ed il costante senso di inadeguatezza che, inesorabile, accompagnerà ogni scelta. “Noi, la famiglia, abbiamo evitato di confrontarci con il dolore, ma questo non significa che il dolore non esista più. Appena ci soffermiamo a guardarci, e poi di nuovo distogliamo lo sguardo, appena cominciamo a riflettere, a riesaminare, a parlarne, permettiamo che quel dolore ci travolga.” 

Julia, la protagonista, già da più giovane, afferra le redini del proprio futuro, osando cercare la libertà oltre il confine del paesino montano in cui è nata, una piccola realtà che le calza, fin da subito, troppo stretta. Che la fuga sia dettata dall’allontanamento da una famiglia di estranei tipicamente poco incline al confronto, o dall’avvenimento crudele che segnerà l’intera loro esistenza, il risultato sarà comunque la ricerca di indipendenza e di distanziamento da dinamiche abbastanza frequenti, e che, probabilmente, ogni lettore potrà facilmente riconoscere: il fardello fatto di silenzi che si accresce e si trasmette da una generazione all’altra senza soluzione di continuità. “Non ho mai saputo se il nonno stesse mentendo o se stesse dicendo la verità in quel momento, ma fu allora che cominciai a sospettare che entrambe le cose potessero essere vere allo stesso tempo.” 

(2022, Yoel Winkler, Unsplash License)

La grande ricerca di Julia cederà il posto allo smarrimento, nel momento in cui perderà il lavoro e sarà costretta a tornare a casa, e quindi, a fare i conti con tutto ciò da cui era convinta di potersi sottrarre. La donna ritroverà, qui, le grandi afflizioni emotive della sua adolescenza a partire dai rimpianti per i sogni infranti di una madre, che da sempre aleggiavano sulla figlia in cerca di riscatto, fino all’indelicatezza di un padre, che per rifuggire i sensi di colpa, esorcizzerà il dolore con risate eccettive, evitando la manifestazione di ogni umano e più sincero sentimento. “Il padre non sente sensi di colpa. In realtà non sente nulla. È il prodotto della sua cultura” 

Un rientro, dunque, che ha il sapore delle lacrime nascoste, il peso delle malattie incurabili, il suono delle battute infelici, l’ingombro emotivo delle cure pretese e la forma spigolosa delle ferite mai cicatrizzate, mentre la vita si svuota, entra tutta in uno zaino, e poi, in un autobus, anch’esso vuoto, di domenica pomeriggio. Vacuità materiali, ma anche affettive, scopriranno le vecchie arterie ancora sanguinanti, i cui lembi erano tenuti, da sempre e ormai da troppo, solo da un cerotto con i soli di carta disegnati. “Da quando mi sono svegliata in questo ambiente familiare diventato però così estraneo, mi sento catapultata indietro verso qualcosa di molto remoto, e ho quasi l’impressione di dover prendere per mano me stessa da bambina e consolarmi” 

Birgit Birnbacher

La sapienza dell’autrice, che è anche sociologa, è evidente nell’accurata descrizione della frenesia di un mondo moderno diventato ormai cinico, in cui ogni speranza di umana compassione si perde in un modulo pieno di crocette e caselle da spuntare, in una rigida ottimizzazione dei tempi lavorativi e in un turno lungo 12 ore per chi gli errori li paga in vite umane. Esistenze riempite da impieghi, che finiscono per diventare la vita stessa, costringendo ad una sconfinata e dolorosa solitudine. Un disagio evidente, eppure costantemente rinnegato, eloquente soltanto nei lamenti di Elise, l’unica creatura immune all’eterna indifferenza. “Perdonaci per non aver capito prima” 

La prosa essenziale solleva mille interrogativi e lascia ampio margine alla riflessione del lettore. La narrazione tagliente mette a nudo quella certa dose di risentimento frequente tra chi rientra in una casa d’infanzia muta che risulta ormai del tutto estranea, mentre i boschi si popolano di voci di generazioni obbligate ad ostentare una felicità fittizia. Eppure, nonostante tutto, quel silenzio che dice ogni cosa e l’aria fredda del mattino, sembrano ricordare che quando tutto appare ormai perduto, e l’oppressione schiaccia perfino l’anima, non è il tempo della resa, piuttosto, è giunto finalmente il momento di ricostruirsi, di lasciar andare gli obblighi autoimposti e gli affanni non necessari: l’attimo perfetto per ubriacarsi d’ossigeno, per quel salto nel vuoto che pretende sacrificio anche quando promette libertà. “Io, un tronco senza radici né foglie, ma quando il vento soffia dentro di me, c’è resistenza, forse persino un piccolo canto.” 

Forse i sogni sono il posto migliore, credo, per incontrarci. Non qui, nella micro-realtà, e non fuori, in questa vita con le sue allergie ai farmaci e i divieti professionali. Da qualche parte dentro di noi siamo ancora quei bambini. Da qualche parte dentro di noi tutto è ancora a posto.

“Di cosa viviamo” di Birgit Birnbacher, edizione Mar dei sargassi.

Sussurri tra le pagine per The BookAvisor.

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Angela Finelli

Classe 1987. Nata a Napoli, tra i vicoli e l'odore del ragù lasciato a "pappuliare" a fuoco lento già dall'alba. Amante dei libri da sempre, della buona cucina e delle mete insolite. Dipendente dal caffè, dalle risate spontanee e da quella punta di follia che rende la vita imprevedibile. Fiera sostenitrice del potere delle parole e dei sussurri nascosti tra le righe, quelli che lasciano un'impronta nella memoria e i brividi sulla pelle.

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