“Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza”: un urlo che sale al cielo invocando “bayt”

Ilan Pappè, intellettuale e studioso ebreo antisionista, apre la raccolta “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” con una meravigliosa prefazione, in cui descrive la poesia come strumento prezioso e necessario per un popolo schiacciato dalla Nakba, dagli anni di assedio, dal genocidio ancora in atto, e privato di ogni possibile forma di espressione che possa giungere appena oltre il confine di uno stato che, per alcuni, nemmeno esiste. I versi diventano, dunque, verbo di un’umanità dilaniata senza acqua né luce, condannata dal silenzio più che dalle parole, affamata, stremata, uccisa da una corsa che serve a raggiungere l’ultimo pezzo di pane.
I componenti scritti in larga parte a Gaza dopo il 7 ottobre 2023 salgono al cielo come un urlo che invoca “bayt”, “verso poetico”, ma anche “casa” in arabo come in aramaico. Parole bagnate dalle lacrime e impregnate dai resti smembrati di una terra che chiede sopravvivenza, stuprata dai corpi insanguinati, segnata dalle cicatrici dell’indifferenza, popolata da volti esanimi, molti estinti, ma mai muti. A prestare loro la voce saranno proprio i poeti palestinesi: Hend Joudah, Ni’ma Hassan, Yousef Elqedra, Ali Abukhattab, Dareen Tatour, Marwan Makhoul, Yahya Ashour, Heba Abu Nada, Haidar al-Ghazali, Rafaat Alareer, uniti in un messaggio di disperazione, ma anche di speranza, affinché “passino mille e una notte,/perché tu, o Gaza, salvi te stessa/raccontando le storie di migliaia di vittime”

(2025, Jaber Jehad Badwan, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons)
Perché ho affrontato questa lettura? Per necessità. Non si tratta di attrazione per una poetica del dolore, ma piuttosto, di un’esigenza di consapevolezza. Gaza esiste, i palestinesi muoiono, il genocidio si consuma anche in questo preciso istante, ed io sono costretta ad asteriscare metà delle parole che sto digitando perché non vengano bloccate da un sistema che lascia sempre più dubbi sul reale diritto di libera espressione. In un tempo in cui la narrazione di fatti tragici diventa cronaca impersonale, irreale, distante nello spazio e nel tempo, credo sia più che mai necessario un contatto con la sua realtà più umana. La poesia di Gaza racconta chiaramente la storia di questo dramma infinito affondando le dita tra i corpi, colpendo senza pietà, ma anche tracciando i sentieri dei dubbi e delle domande che conducono alla riflessione.
Così, oggi mi chiedo dove sia quel bambino, sopravvissuto al bombardamento dell’ospedale di Gaza, se sia riuscito a dimenticare il fratellino “con mezza testa e occhi aperti”. Mi domando se oggi sia un uomo, se vedrà anche stanotte il cielo illuminato dai razzi che uccisero Heba Abu Nada 12 giorni dopo aver scritto per l’ultima volta “Buonanotte, Gaza.”. Vorrei sapere se riuscirà, almeno per un istante, a guardare le stelle, le stesse che incantano me ogni notte, insieme ad un mondo muto. “Tornerò un giorno dicendo:/quello che non sanno gli annegati/è che se non avessero portato con loro/i loro grandi sogni/tutte le barche non sarebbero affondate.”

(2025, Hussein Jaber, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons)
Oggi mi chiedo se Hend pensi ancora ai volti del campo profughi in cui nacque, se Ni’ma trovi ancora case con il soffitto di cemento per i suoi bambini e se così sia riuscita ad evitare i rimpianti dei sopravvissuti ai tetti di lamiera. “Ma il tuo popolo, vieni a conoscerlo/prima che il razzo lo deformi/e mi costringa a raccogliere i resti/per farti sapere che coloro che sono andati via/erano belli e innocenti,/e che avevano bambini come te che li hanno lasciati/fuggendo dalla cella frigorifera dei morti ad ogni attacco/per giocare/orfani/sul filo della salvezza.”
Oggi mi chiedo cosa ricordi Yusef di quella bomba nella zona umanitaria che lo ospitava. Se negli occhi spenti di quegli otto bambini sentì di aver perso anche un amico. Se, alla penombra della sera, senta persistere tra le ossa il gelo delle tende nelle notti d’inverno, lo stesso che portò via Sila, Jomaa e Ali poche settimane dopo essere venuti al mondo. “La tenda non è una casa,/è una promessa d’attesa,/e ogni impeto di vento/ti ricorda che sei di passaggio/su una terra che non porta il tuo nome.”

(2024, Ashraf Amra, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons)
Oggi mi chiedo se Anas, abbia ancora nei polmoni la polvere delle macerie che lo seppellirono il giorno in cui urlò «Sono ancora vivo». Mi domando se Haidar senta ancora in bocca il gusto delle lenticchie o se la sua mente sia mai riuscita veramente a fuggire dall’esplosione che gli portò via il cuore e l’infanzia.
Oggi, tra mille domande cerco in rete la parola “shahid”, “martire” diventato “terrorista” nel tribunale di Israele che condannò Dareen e le sue poesie. Mi passano davanti solo immagini di distruzione e morte, occhi spenti, arti amputati. Neanche più i muri sui quali furono incisi i “versi senza casa” di Marwan.

(2023, WAFA (Q2915969), CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons)
Oggi, che chiudo questo libro, ho una cicatrice in più, lasciata dalle feroci verità raccontate da Susan Abulhawa e dal dolore straziante delle poesie palestinesi. Tra carri armati decorati con giocattoli di bambini esplosi e fughe notturne per raggiungere una sepoltura su cui piangere, questo è il grido di Gaza e merita di essere ascoltato, perché, come scrisse Rafaat Alareer, ucciso da un bombardamento israeliano pochi giorni dopo aver pubblicato in rete i suoi versi, “Se devo morire/tu devi vivere/per raccontare la mia storia”.
Raccontiamola.
Martedì, Linah ha ripetuto la sua domanda dopo che io e mia moglie non le avevamo risposto la prima volta: «Possono distruggere il palazzo se non c’è corrente?» Volevo dirle: «Sì, piccola Linah, Israele può ancora distruggere il bellissimo palazzo al-Jawharah, o qualsiasi altro edificio, anche al buio. Le nostre case sono piene di racconti e storie che devono essere tramandati. Le nostre case infastidiscono la macchina da guerra israeliana, (…)». Ma non posso dire questo a Linah. Quindi mento: «No, tesoro, non possono vederci al buio».
“Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza”, edizione Fazi editore.
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