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“Shantaram“ di Gregory David Roberts: recensione libro

Arrivato (non senza qualche fatica) alla fine di questo epico volume è l’ora di tirare le somme e scrivere la recensione del libro: è davvero così bello lo “Shantaram“ di Gregory David Roberts? Non quanto una luna quasi piena appuntata come una medaglia sul petto del cielo.

Shantaram: siamo tutti in fuga da qualcosa

Sono un lettore molto lento e indisciplinato (come lo sono anche nella vita, in effetti), e mentre i colleghi girano come criceti intorno all’edificio o giocano a ping-pong, io me ne sto sulla poltroncina a smaltire gli arretrati. Un collega mi vede e mi fa “Dovresti leggere Shantaram”. E da lì in poi diventa il libro più consigliato di sempre, il suo nome spunta da ogni parte, così, alla fine, trovo coraggio e mi metto sotto (con calma).

Arrivato gloriosamente alla fine, con le ultime duecento pagine lette in modalità numero 5, non tanto per velocità ma perché i miei occhi saltavano come matti le descrizioni superflue, posso dire che no, non ne è valsa la pena. Tra i tomi che ho letto è sicuramente quello che non rimpiangerei.

Lo so, non dovrei permettermi di dire che un lavoro da milleduecento pagine sia scritto male, ma lo farò. Non ho le spalle abbastanza larghe per dire che la scrittura è così pomposa da diventare farsa, e che ogni personaggio sia scritto per sbalordire il lettore, ma lo dirò.
In India, non esistono persone stupide, e sono tutti buoni, affascinanti e leali. Turisti compresi. Se scappi in India lasciandoti una brutta storia alla spalle, sei sicuramente tra le persone più fighe ed empatiche al mondo.

Viaggio di sola andata a Bombay

La bandiera inglese è quasi a tema visto che autore e protagonista sono australiani

Andiamo con ordine, perché per il primo terzo del libro non dovrei usare gli stessi toni. La scrittura è sempre lenta e non c’è un solo personaggio di cui Roberts non ci dica:

1) Come è vestito da capo a piedi
2) Come sono fatti fronte occhi naso e bocca

ma la prima parte è pregna di informazioni e sensazioni. Scopriamo insieme a lui la gente e lo spirito di Bombay (anni 80), scopriamo la solidarietà tra poveri, la connivenza e l’equilibrio tra malavitosi e polizia, la funzione delle guide turistiche, e via dicendo.

In questa prima parte c’è lui che dopo la fuga da un carcere australiano, si rifugia a Bombay e si integra nel suo tessuto sociale. C’è lui che va a vivere nella baraccopoli (gli slum) più disperata e povera di cui mai leggerete, c’è lui che diventa il dottore dello slum solo perché nella sua vita di eroinomane e detenuto ha avuto a che fare con overdose e manganellate. Qui la storia ci indica una direzione e vengono lanciate molte reti, ma via via che si va avanti nessuna delle tante pesca realmente qualcosa.

Alla fine una cosa resta chiara e fastidiosa: nonostante tutti i personaggi gravitino intorno alla malavita e commettono delitti e crimini più o meno gravi, a nessuno è permesso di uscire fuori dalle grazie del lettore. Vi sfido a detestarne uno. Sono tutti umili, e leali, brillanti, pieni di spirito e di filosofia. Il protagonista, rinominato Lin, più di tutti. Forte, onesto, puro di cuore, innamorato della bella Karla. Nemmeno i pestaggi mortali della polizia riescono a piegarlo, o l’eroina che riabbraccia una volta che ha perso tutto (a proposito, la descrizione della dipendenza e degli effetti dell’astinenza è tra le parti più belle del libro), o la guerra. Lui ne esce sempre rinato e più forte di prima (e sempre più solo).

Finalmente ho letto “Losanghe” in un libro

Da un certo punto in poi c’è sì una storia che procede, ci sono tradimenti e ribaltamenti ma quello che voi leggerete sarà soltanto: “Riconobbi la trama ripetitiva del Compton, un motivo floreale rosa e verde creato dalla William Morris a fine Ottocento” (pure tappezziere il nostro Lin) o la mia preferita: “Le mie giornate si dispiegavano una dopo l’altra come i petali di un loto in un’alba d’estate”.

Comincerete a trovare tutto insopportabilmente lungo, pedante, e fuori luogo. Non credo di aver mai letto tante metafore azzardate tutte insieme; di sicuro era da tanto che non leggevo descrizioni così accurate: “Gli occhi profondamente infossati erano di un marrone così scuro da apparire neri, finché la luce del sole non sfiorava l’iride accendendo un minuscolo caleidoscopio di sfumature brune e remate”. Tutto questo lui è riuscito a vederlo dal sedile posteriore, perché questo tizio era di fianco al tassista.

Smettendola con le citazioni, e aggiungendo che spesso anche i dialoghi sono accompagnati da sguardi che supplicano cercando di trasmettere tutta la loro angoscia, basta dire che la scrittura è quanto di più arcaico mi sia capitato di trovare in un romanzo moderno.

Gregory David Roberts non è uno scrittore professionista e questo esordio è eccezionale, tuttavia è difficile passare sopra ai difetti più evidenti di questo lavoro. Al di là dello stile spesso caricaturale e dei personaggi quasi da fan fiction, quello che resta è la volontà di celebrare il protagonista più della storia.

Di fatti, nel libro, ne accadono davvero tanti. Qualcuno memorabile, ma tutti hanno lo scopo di magnificare la lealtà e l’incorruttibilità di un personaggio che mena, cava occhi, lotta per la vita (ma non uccide, ovviamente), spaccia e traffica, e ama incondizionatamente. Almeno finché viene tradito, poi non gli resta che perdonare.

La guerra del Khan

Kaderbhai è una delle figure chiave del romanzo. È il capo dei clan, è colui che tiene in piedi il rapporto con la polizia, e a modo suo tiene in vita Bombay decidendo cosa è giusto e cosa è sbagliato. La filosofia del romanzo passa da lui.

“Mi hai spiegato che l’intero universo procede verso una complessità suprema. È un processo in atto fin dai primi attimi di vita dell’universo, e i fisici lo definiscono tendenza alla complessità. E…tutto ciò che aiuta questo processo è bene, e tutto ciò che l’ostacola è male”.

È l’unico metro per definire la bontà di un’azione, l’unico per distinguere la percentuale di crimine nel peccato e la percentuale di peccato nel crimine.

Di questa figura il nostro Lin si innamorerà perdutamente (come si innamora di tutti gli altri, tipo il buon Prabaker, la guida che lo ha accolto il primo giorno), lo riterrà un padre adottivo e farà di tutto per ottenere la sua benevolenza.

Per lui parte verso l’Afghanistan, a combattere una guerra di cui non sa nulla e non gli frega nulla. Per tutto il romanzo sente che tutto quello che è successo stava succedendo per un motivo. E quel motivo non poteva essere che quella guerra accanto al suo maestro. Ma quando Lin ci spiega che sono duecento i chilometri che lo separano dall’Afganistan io ho solo avuto paura che ce li descrivesse tutti. Lo fa.

Sipario.

“Shantaram” di Gregory David Roberts, Edizioni Neri Pozza, 2005. Malditesto.

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