Libri in pillole

“Il colore dell’acqua” di James McBride: un memoir interrazziale contro ogni confine

Un gioiellino: è questo il primo pensiero che mi è venuto in mente voltando l’ultima pagina di questo libro autobiografico di James McBride, pubblicato per la prima volta nel 1995 negli Stati Uniti e che fece registrare un clamoroso successo con oltre due milioni di copie vendute. Un gioiellino perché l’autore statunitense ha costruito una narrazione incentrata sulla straordinaria vita della madre, una donna coraggiosa, tenace, determinata, che ha attraversato praticamente indenne un’intera epoca caratterizzata da una forte discriminazione razziale, religiosa e di genere.

Nata in Polonia in una famiglia di ebrei ortodossi, infatti, Rachel Deborah Shilsky emigrò nella New York degli anni Venti sperimentando una doppia emarginazione: quella dovuta alle sue origini, che la costrinsero ad adeguarsi alle stringenti imposizioni del padre, rabbino integralista che tentò in tutti i modi di delimitare il raggio d’azione della figlia, confinandola all’interno del recinto socioculturale ed economico formato dal ghetto di ebrei residenti negli Stati Uniti; quella relativa alla segregazione razziale che ha caratterizzato la società statunitense fino ai primi anni Sessanta.

Ma Rachel, diventata nel frattempo Ruth negli States, non era una donna ordinaria: decise di percorrere la sua strada, di ignorare la rigida divisione tra bianchi e neri sposando un uomo di colore e vivendo, lei donna bianca, in un quartiere di soli neri. Diventò, dunque, madre di ben dodici figli e visse una vita costantemente controcorrente: venne disconosciuta dalla sua stessa famiglia per non aver seguito i dettami della religione ebraica e, al contempo, derisa ed emarginata dalla comunità di neri per aver procreato una famiglia di colore, ignorando i limiti socioculturali dell’epoca. Limiti che, però, non appartenevano a Ruth, che si ritagliò il suo angolo di mondo personale ri-costruendo il suo spazio di diversità nella diversità, oltrepassando ogni tipo di ostacolo e di discriminazione, e offrendo alla sua prole un modello di vita che, per l’epoca, era totalmente visionario, basato sul concetto di uguaglianza sociale di ogni popolo e ogni razza.

«Sono bianco o nero?».

«Sei un essere umano. Istruisciti o non sarai nessuno!».

«Sarò un nessuno nero o soltanto un nessuno?».

«Se non sei nessuno, non ha importanza di che colore sei».

Il colore dell’acqua di James McBride è un libro intenso, profondo, che affronta con grande sensibilità e incisività tematiche complesse come l’appartenenza, la fedeltà e la questione razziale, alternando la voce dell’autore a quella della madre fino a creare un mosaico narrativo che, da una parte, diventa un memoir familiare, dall’altra, una sorta di viaggio dello stesso McBride alla ri-scoperta delle proprie origini. È una storia che oggi forse potrebbe sembrare di un’altra epoca, eppure non lo è affatto: perché è un invito ad andare oltre i limiti e le apparenze, e a riflettere sul reale significato dell’essere liberi. Una lettura, a mio avviso, fondamentale per comprendere l’America del primo Novecento, ma anche per decifrare quello spaccato più intransigente della società attuale.

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“Il colore dell’acqua” di James McBride, edizioni Fazi. Libri in Pillole.

Alessandro Oricchio

Dottorando in studi politici Sapienza Università di Roma, speaker di Teleradiostereo, giornalista pubblicista iscritto all'Odg del Lazio. Amante dei libri, dei viaggi, del calcio, della lingua spagnola, del mare e della cacio e pepe.

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