“Geografia della lingua” di Andrea Jeftanovic: la lingua come luogo di incontro e di frontiera

Ci sono libri che parlano di viaggi e altri che sono essi stessi un viaggio: Geografia della lingua di Andrea Jeftanovic appartiene senza dubbio a questa seconda tipologia. Perché è un romanzo che non si limita a raccontare una storia, ma si introduce nel complesso e affascinante mondo delle parole, quelle piccole unità di significato imprescindibili quando si vuole realizzare un atto comunicativo.
La trama del libro è piuttosto semplice: Sara e Alex sono i due protagonisti, lei proveniente da un sud-mondo imprecisato (probabilmente il Cile), lui da un nord-mondo imprecisato (probabilmente il nord Europa). Si incontrano per caso su un aereo, in una sorta di terzo spazio in cui tutto ciò che fa parte dell’origine sembra sfumato, in quel crogiolo di lingue, culture, tradizioni, religioni che rappresentano, oggigiorno, gli aerei. Non parlano la stessa lingua, eppure iniziano di conoscersi, attratti l’uno dall’altra.
Inizia così una relazione, fisica e a distanza, basata sulla mediazione, sulla continua necessità di trovare un punto di incontro linguistico che possa permettere loro di comunicare: concepiscono, così, un codice linguistico tutto loro, una sorta di interlingua che si costruisce mano a mano per superare l’iniziale barriera dell’incomprensione, tra parole prese in prestito e pronunce difettose. Ed è proprio su questa distanza linguistica, che si allunga e si riduce come un elastico, che si gioca l’intero senso del romanzo, in cui la lingua non costituisce solo una barriera ma anche un ponte: perché le parole possono separare, certo, ma al contempo possono unire, seppur sotto forma di nuovi linguaggi a volte complessi, spesso precari.
“Continuando a passare da una lingua all’altra abbiamo creato un linguaggio personale, una terza lingua: assenza di punteggiatura, proliferazione di neologismi, termini mescolati, maiuscole capricciose. Una lingua al di fuori della violenza del mondo, uno spazio segreto che eluda la sorveglianza della polizia. Sappiamo che nella lingua madre si dice la verità. In una lingua straniera si mente. Quindi stabiliamo un punto intermedio”.
Una precarietà che, oltre che linguistica, è anche spaziale, perché l’intera narrazione si svolge in luoghi di passaggio, come aeroporti, camere d’albergo, città di frontiera o connessioni digitali, quando la distanza separa i due protagonisti: posti che riflettono esattamente la condizione di instabilità e di continuo movimento della coppia, alla costante ricerca di un punto di incontro e, forse, d’approdo. Un po’ come se spazi, lingue e affetti dovessero sempre essere (ri)negoziati, in quanto mancanti di solidità.
Il romanzo è senza dubbio intrigante, scritto con uno stile lirico, a tratti poetico, in cui si alternano momenti di introspezione a dialoghi e riflessioni sul bisogno umano di capirsi e comprendersi, anche quando non si possiede lo stesso vocabolario. E la lingua diventa così allo stesso tempo luogo di incontro e di frontiera, strumento che unisce e separa, nell’intrigante e al contempo faticoso compito di provare a tradurre se stessi per l’altro.
“Geografia della lingua” di Andrea Jeftanovic, edizioni gran vía.



