“L’estate che ho ucciso mio nonno” di Giulia Lombezzi: quando l’adolescenza diventa letteratura

L’adolescenza è un territorio che cambia continuamente forma. È il luogo delle contraddizioni, delle emozioni che esplodono senza preavviso – degli impulsi repentini, ciechi, spietati e talvolta anche autolesivi –, delle parole che spesso sostituiscono il silenzio e dei silenzi che finiscono per dire più di qualsiasi discorso. È un’età in cui tutto sembra definitivo, anche se niente lo è davvero. Alice, la protagonista sedicenne de “L’estate che ho ucciso mio nonno”, è esattamente questo: una ragazza che attraversa il caos del diventare grandi con tutta la fragilità, l’ironia e la rabbia di chi cerca disperatamente il proprio posto nel mondo.
Giulia Lombezzi costruisce un romanzo che racconta un’estate destinata a cambiare gli equilibri e i sentimenti di un’intera famiglia. Alice si ritrova a fare i conti con una dimensione familiare già abbastanza frammentata e ora, con l’arrivo a Milano di suo nonno, la sua delicata cerchia affettiva deve ricalibrarsi stando attenta a quelle vecchie crepe mai del tutto rimarginate. Il nonno è un uomo scorbutico e da poco vedovo – il concentrato dei limiti di un’epoca passata – che, a seguito di un intervento, si trasferisce a casa di sua figlia e sua nipote, bisognoso di incessanti cure. Con una presenza troppo ingombrante, una madre sempre più difficile da comprendere e un succedersi di nuove scoperte, la giovane ragazza viene spinta a guardare oltre le apparenze e a rispolverare i fili di una passata vita familiare. Questa è una storia che procede per intense stratificazioni, dove i non detti emergono poco alla volta, alimentando tensioni, incomprensioni e ferite che non appartengono solo alla crescita di Alice.
“Sappiatelo: i figli ascoltano, tutto. Siamo il vostro KGB. Non ci sfuggite. E lo sappiamo se mentite, sempre. Quindi trovatevi una stanza insonorizzata oppure ditecele, le cose, ché non siamo cretini.”
“L’estate che ho ucciso mio nonno” è un romanzo che ha la straordinaria capacità di immergere il lettore nell’universo degli adolescenti contemporanei. Alice e i suoi coetanei appartengono a una generazione iperconnessa, costantemente esposta allo sguardo degli altri, abituata a vivere tra notifiche, storie, chat, identità digitali come anche a stretto contatto con i fatti e i problemi del mondo. Sono ragazzi informatizzati, performativi, emotivamente sovraccarichi, fragili ma talmente schermati dal loro coefficiente cognitivo che appaiono abilissimi nel mascherare le vulnerabilità, anche dietro una battuta o un meme. Sono adolescenti sempre online ma spesso profondamente soli, schiacciati dal bisogno di essere visti, riconosciuti, approvati; giovani che oscillano continuamente tra il desiderio di sparire – in una sorta di “allarme hikikomori” emotivo – e quello di occupare ogni spazio possibile con la propria presenza, anche a costo di uccidere chi li mette in ombra. Lombezzi racconta questa generazione senza giudicarla e senza scivolare negli stereotipi, e con sincero rispetto ne restituisce il linguaggio, i tempi, le ossessioni e soprattutto il modo in cui affronta il dolore.

“La Sofia Campo, di III G, è una candidata migliore di me. Credo sfiori i novanta chili. Sembra non pensarci, tra l’altro, se la gode proprio, la pista, poveraccia. La Margherita Longo per un po’ balla con lei, perché fa figo avere l’amica fisicamente non conforme. Io controllo che qualcuno non la filmi ma è impossibile capirlo, hanno tutti il telefono in mano. Ci filmano, a noi chubby o curvy o ciccione di merda o balene, per una challenge di tiktok. Più grassone danzanti filmi, più accumuli like, e punti per entrare gratis nei locali. 80/90 chili, 1 punto. 90/100 chili, 2 punti. 100/110 chili, 3 punti. Per questo dico che la Sofia ha più probabilità di essere filmata rispetto a me, che sono anche vestita di nero.
Te lo dico col pensiero, woman, smettila di ballare. Pure i brillantini in faccia, si è messa. Voglio vedere poi, se finisci online. Vuoi diventare l’ennesima teenager suicida per cyberbullismo? Vuoi diventare un articolo su «Repubblica», Sofia? Dai, evitiamo, che altrimenti sai quanti incontri ci fanno fare poi in aula magna per spiegarci che venire discriminati per il proprio corpo, diventare zimbello del branco sul web è un «brutto scherzo che può trasformarsi in tragedia»? Dammi retta, zia, profilo basso. O almeno non suicidarti, se ti beccano, che mi stai pure simpatica.”
Ed è proprio così che la scrittura dell’autrice diviene la chiave che apre le porte sul mondo adolescenziale: attraverso l’uso dell’ironia. Un’ironia intelligente e spontanea che non serve a banalizzare ciò che accade ma risulta indispensabile per renderlo sopportabile. Infatti una battuta che sgonfia un dramma senza però negarlo permette il cambio improvviso del registro emotivo e consente al lettore di passare dalla tensione al sorriso nel giro di poche righe, quasi senza accorgersene. Queste ventate di freschezza irrompono nel racconto e donano alla lettura un incredibile equilibrio tra leggerezza e profondità.
Ma il cuore del romanzo è Alice.
Giulia Lombezzi dimostra una sensibilità narrativa fuori dal comune nel raccontare l’adolescenza dall’interno, senza mai farsi inghiottire dallo sguardo dell’adulto che osserva, interpreta o giudica. Alice respira, sbaglia, esagera, ama, odia, cambia idea, si contraddice, e si fa del male; e dopo poche pagine smette di essere un personaggio e diventa qualcuno che già si conosce o che si vorrebbe conoscere. Una sorella minore, un’amica, o una figlia da chiamare, abbracciare e, finalmente, ascoltare come lei disperatamente desidera.
Alice costringe a guardarsi dal di fuori e fa venire voglia di rimediare ai propri errori. Perché “L’estate che ho ucciso mio nonno” è anche una storia familiare alimentata da silenziosi sottotesti. Di fatti, il rapporto conflittuale tra lei e sua madre diventa il filtro attraverso cui leggere un’altra relazione ancora più complessa: quella tra la madre e il proprio padre. È una storia dentro la storia, un intreccio di eredità emotive, rancori, affetti inespressi e parole rimaste sospese per anni.
Questa protagonista entra nel cuore del lettore con dolce naturalezza, perché nelle sue fragilità riconosciamo qualcosa che abbiamo vissuto o che vediamo vivere nei ragazzi di oggi.
E forse è proprio questo il motivo per cui, una volta chiuso il libro, lei continua a camminare tra i pensieri del lettore. Perché i personaggi più riusciti non sono solo quelli che ricordiamo, ma sono quelli di cui, per qualche giorno, sentiamo la mancanza. Alice siamo stati tutti noi. E forse lo siamo ancora.
Una lettura che trabocca di vitalità, genuina e commovente.
“L’estate che ho ucciso mio nonno” di Giulia Lombezzi, edizioni Bollati Boringhieri. Libri e Pensieri



