Libri e Pensieri

“Giardino, cenere” di Danilo Kiš: dal paradiso alla distruzione

Il ricordo lirico di un’infanzia durante l’Olocausto

“Giardino, cenere” è un romanzo dello scrittore serbo, Danilo Kiš, uscito per la prima volta nel 1965 e pubblicato in Italia da Adelphi, nel 1986. Una complessa creatura letteraria che fonde memoria e lirismo dando vita a una prosa di intensa e sofisticata bellezza.

“«È morto tuo zio» disse mia madre. Il tintinnio più forte del solito del cucchiaino d’argento contro il cristallo sonoro tradiva il tremito delle sue mani e io aprii gli occhi per verificare questo mio sospetto.

Con una scrittura poetica e fortemente immaginifica Danilo Kiš ripercorre il periodo della sua infanzia attraverso lo sguardo, a tratti ingenuo e a tratti sorprendentemente lucido, del giovane Andi che ricorda la sua giovinezza e le vicende della sua famiglia negli anni in cui la loro libertà e il loro spirito furono adombrati dallo spettro dell’Olocausto. Un racconto intimo, sincero e delicato che si trascina dietro frammenti, fragilità e i drammi di una buona parte della storia europea.

“La parola morte, questo seme divino che mia madre gettò quel giorno sul terreno della mia curiosità, cominciò di colpo ad assorbire tutti gli umori della mia coscienza, senza che io fossi consapevole, a tutta prima, della mia crescita religiosa. […] compresi con orrore che anche mia madre un giorno sarebbe morta. Tutto questo mi si rovesciò addosso di colpo, in un bagliore di luce violacea, per un attimo soltanto, e io compresi, all’improvviso agitarsi dei miei intestini e del mio cuore, che tutto quello che sulle prime mi era parso solo un brutto presagio era la pura verità. Questa esperienza mi diceva con tutta chiarezza che un giorno sarei morto e che sarebbero morti mia madre, mio padre, mia sorella Anna.”

“Meravigliato e sbigottito, capii allora che io ero un ragazzo di nome Andreas Sam, che la madre chiamava affettuosamente Andi, che ero il solo con quel nome, con quel naso, con quel gusto di miele e di olio di fegato di merluzzo in bocca, l’unico al mondo a cui il giorno avanti fosse morto uno zio di tubercolosi, l’unico ragazzo ad avere una sorella di nome Anna e un padre di nome Eduard Sam, l’unico al mondo a pensare in quel momento appunto di essere l’unico ragazzo Andreas Sam che la madre chiamava affettuosamente Andi.”

Con il cuore angosciato dal terrore di una persecuzione che in queste pagine mai si palesa nella sua concretezza, Andi rivive l’essenza della sua giovinezza con tutti i suoi più profondi dolori e piaceri che, mescolati ai profumi e ai sapori di vita infantile, hanno dato identità alla sua crescita. La presenza di una mamma complice e protettiva, nella memoria del giovane si contrappone a un’iconica figura paterna, uno scrittore impegnato e di tutto intelletto, che nella mente del figlio resterà simbolo di autorevolezza e genialità seppur ne percepirà anche la vulnerabilità e, sul finire, pure la pazzia. Saldamente ancorato a questi opposti familiari, vissuti sullo sfondo di una cornice storica rischiosa e traballante, l’eco di Andi rievocherà il giardino della sua infanzia come un luogo immaginario, custode dello svago, delle carezze materne e di inebrianti fragranze; un Eden di ingenua spensieratezza destinato a fare i conti con la cenere causata dalle atrocità della storia e dagli eventi personali.

Con “Giardino, cenere” – un titolo in cui già la sua virgola demarca due ambienti simbolici ben distinti, che tuttavia appartengono a una medesima sequenzialità identitaria, storica e dunque narrativa – l’autore trama le fila di un dialogo invisibile che mischia l’intimità privata dell’autobiografia, i profumi e i sapori di casa, con la tragedia e l’incertezza collettiva che hanno caratterizzato l’anima dell’Europa a partire dal primo Novecento.

Una lettura complessa, elegante e intensa.

“Giardino, cenere” di Danilo Kiš, edizioni Adelphi. Libri e Pensieri

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