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Raccontare Gaza: “Hanno ucciso habibi” di Shrouq Aila

«Voglio costringere il mondo a esserne testimone. Che si voltino pure dall’altra parte, se vogliono, ma non potranno dire di non aver visto».

Questo libro mi ha spezzato il cuore. Mi ha costretta a guardare nell’abisso, a non distogliere lo sguardo dalla realtà raccontata da chi vive dentro il genocidio. Ho pianto leggendolo, perché le lacrime sono l’unica risposta umana possibile davanti a tanta devastazione.

“Hanno ucciso habibi” di Shrouq Aila è un grido che ti lacera il petto, parole scritte tra le bombe da una donna che ha perso tutto ma continua a testimoniare. Shrouq è una giornalista palestinese pluripremiata. Era anche una moglie innamorata. Ora è una vedova di guerra e una madre che deve spiegare a sua figlia di tre anni perché il padre non tornerà mai più.

«A volte penso che il mondo ci debba assai più che delle scuse. Il mondo è rimasto a guardare mentre venivamo cancellati».

Il 22 ottobre 2023, un bombardamento aereo israeliano uccide Roshdi, il marito di Shrouq. Lei lo descrive in modo così straziante che sembra di essere lì. Roshdi è morto proteggendo lei e la loro bambina di undici mesi, Dania. Si era messo davanti a loro un attimo prima dell’esplosione. Roshdi diventa “un martire”, come dicono a Gaza. E Shrouq rimane sola con una bambina che chiamerà “Baba” – papà – ogni uomo gentile che le sorride, perché non sa cosa sia un padre, sa solo che le manca qualcuno.

Il libro si muove nella circolarità del trauma. Shrouq torna ossessivamente su quel giorno, su quella morte, perché come può andare avanti quando ogni giorno porta nuove perdite? La loro casa – quella che avevano progettato insieme, arredata con cura, piena di luce e sogni – è stata rasa al suolo. La tomba di Roshdi rischia di essere distrutta dai bulldozer. Anche i morti non hanno pace a Gaza.

Prendo tutta la rabbia che brucia dentro di me e la trasformo in qualcosa di produttivo, in storie, in parole, in immagini che devono essere viste.

Ma ciò che rende questo libro insopportabile è la fame. Shrouq ci racconta cosa significa morire di fame nel 2025, mentre noi buttiamo via il cibo avanzato. Lei ha perso 18 chili continuando ad allattare Dania durante la carestia, fino a quando il suo corpo non ha più prodotto latte. Ha dato alla bambina gli ultimi tre datteri che aveva, sapendo che non c’era altro. Ha visto persone uccise mentre cercavano di prendere sacchi di farina intrisa di sangue. Sua figlia ha tre anni e non sa cosa sia una banana, un cetriolo fresco, una merendina. Una volta un medico straniero le ha dato una barretta di cioccolato. Dania ha chiuso gli occhi assaporandola come fosse un miracolo. E Shrouq ha pianto, perché il cioccolato non dovrebbe sembrare un miracolo.

Il silenzio del mondo è complicità. Ogni attimo di silenzio è un crimine che ci uccide lentamente. Mi domando: com’è possibile che un giornalista debba chiedersi ogni giorno se tornerà a casa vivo?

Questo libro è stato scritto tra sfollamenti continui e la paura costante di morire. È un miracolo che esista. È un miracolo che Shrouq sia ancora viva per raccontarlo.

Uno dei capitoli più devastanti racconta le altre storie che lei documenta come giornalista. Shrouq non ci concede scampo. Non addolcisce. Non cerca consolazione. Scrive la verità nuda, quella che brucia: “In un genocidio non c’è guarigione dal dolore. Non si può guarire da un trauma nello stesso luogo in cui è stato inflitto”. Lei stessa si chiede ogni giorno se tornerà viva dalla figlia. È una giornalista a Gaza, dove sono stati uccisi 240 colleghi. Il suo amico d’infanzia Anas è stato assassinato due settimane prima che lei finisse questo libro, mentre lavorava. Le persone le dicono: “Quella videocamera ti ucciderà”. Ma lei continua. Perché qualcuno deve testimoniare. Qualcuno deve costringere il mondo a guardare.

La domanda finale che Shrouq ci lascia è un pugno nello stomaco: “Quando la guerra finirà, Gaza risorgerà dalle sue ceneri. Ma chi riparerà le rovine sepolte nel profondo della nostra anima? Chi mi restituirà il mio Roshdi?”.

Non ho risposte. Ho solo lacrime e vergogna. Vergogna per un mondo che permette questo. Per il silenzio complice. Per la mia casa sicura in cui scrivo i miei articoli e li pubblico, mentre Shrouq scrive dalle macerie.

Dove eri quando Gaza bruciava? Questo libro non ci permetterà di dire: non sapevo. Shrouq Aila ci ha guardati negli occhi e ci ha mostrato l’inferno. Ora tocca a noi scegliere cosa farne.

Leggete questo libro. Piangete. E poi fate qualcosa. Qualsiasi cosa. Perché Shrouq è ancora lì, viva, con la videocamera in mano. E continua a credere che le nostre lacrime possano significare qualcosa.

In segno di solidarietà e supporto al popolo palestinese, l’intera filiera della produzione editoriale, dai redattori ai traduttori, dai designer grafici agli stampatori, ha partecipato alla realizzazione di questo libro a titolo gratuito. I proventi delle vendite, compresi i diritti internazionali, saranno interamente devoluti all’autrice Shrouq Aila.

L’autore

Shrouq Aila è una giornalista e produttrice palestinese, direttrice dell’agenzia Ain Media, che ha rilevato dopo l’uccisione del marito Roshdi Sarraj, co-fondatore dell’azienda, durante la guerra a Gaza. Nel 2024 le è stato conferito il CPJ International Press Freedom Award, e nel 2025 il News & Documentary Emmy Award for Outstanding Video Journalism per il documentario A Hidden War. Shrouq Aila vive tuttora nella Striscia di Gaza, dove continua a testimoniare il genocidio e il suo tragico impatto sul popolo palestinese. 

Su questi temi mantiene attiva la pagina Instagram @shrouqaila.

“Hanno ucciso habibi” di Shrouq Aila, Wetlands Editore. Recensione a cura di Morena Di Giulio per Lib(e)ri di leggere.

Morena Di Giulio

Morena Di Giulio è giornalista pubblicista iscritta all'Ordine del Lazio, blogger e beta reader. Dal 2022 è Redattrice di The Book Advisor, portale dedicato ai libri e alla lettura, dove gestisce la rubrica "Lib(e)ri di Leggere" Scrivimi a [email protected]

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