I libri di Marco

“Bufali in marcia al mattatoio” di Ahmel Echevarría: recensione libro

Dare un giudizio su un libro come Bufali in marcia al mattatoio non è un compito semplice. Anzi. Io stesso devo ancora capire se l’ho amato alla follia o se l’ho odiato. Ma una cosa è certa, i bufali sono passati e qualcosa è rimasto. A me i libri che non hanno una trama ben definita o che non raccontano una storia oppure che hanno scene di sesso esplicite non sono mai piaciuti. Eppure il libro Ahmel Echevarría ha lasciato un tarlo, un qualcosa che dentro di me continua a pulsare e su cui devo continuamente tornare.

Bufali in marcia al mattatoio è un po’ come il suo protagonista Ismael, non sai dove stai andando, dove vuole andare a parare però sai che da qualche parte ti sta portando. Per me questo libro è un album fotografico fatto di istantanee sulla marginalità e la precarietà, una sorta di enciclopedia della miseria umana i cui volumi sono l’alcool, la droga, il sesso e il cibo spazzatura. È un trattato sulla condizione precaria dell’uomo in cui si alternano litri di whisky, scene di sesso e riflessioni profonde sulla guerra e sulla fede.

Un libro estremamente simbolico

È un libro estremamente simbolico pieno di riferimenti, una sorta di raccolta di racconti nel racconto in cui a predominare è sempre l’istinto di sopravvivenza, ma dove allo stesso tempo non c’è una vera e propria trama o struttura narrativa. Direi piuttosto che la narrazione è la concatenazione delle peripezie e le disavventure di Ismael, un ex soldato mutilato, un vero e proprio antieroe, un piccolo uomo che si muove in un piccolo contesto, un microcosmo che parla un linguaggio macro, che parla cioè di individualismo e marginalità.

“All’Albatros mi sono puntato la pistola alla tempia decine di volte. Al compleanno di un vecchio amico, in compagnia di qualcuno, al tavolo o al bancone.Bere sei Heineken e mezzo litro di Johnnie Walker a stomaco vuoto e con la testa piena di ricordi, incubi e profonde amarezze significa giocare alla roulette russa con un solo proiettile in meno nel revolver. Mi sono puntato la pistola alla tempia decine di volte in quel bar sul viale del porto. E posso ritenermi soddisfatto e gridare: sono ancora morto”

Tanto che l’unico vero luogo che rappresenta il fulcro della narrazione è l’Albatros cioè il bar del Porto, un localaccio gestito da un irlandese in cui si districano tutte quante le vicende di Ismael. Ismael che ha un piano ben preciso ovvero quello di escogitare un piano. Tema centrale dunque è l’individualismo e la capacità di sopravvivenza del singolo individuo, che appunto ogni giorno deve escogitare un piano cioè un modo per poter affrontare la sua condizione precaria, i suoi ricordi e le sue tribolazioni quotidiane.

“Se li infili tutti in un mortaio e li pesti, ottieni tonnellate di merda, ma con un po’di pazienza riceverai in cambio granelli di informazioni: nomi, stili, il motivo per cui alcuni artisti prediligono camminare sempre sull’orlo del precipizio e perché amano così tanto la caduta libera.”

Modo che sostanzialmente si riduce a scolarsi diverse bottiglie di Heineken e di rum o whisky e farsi una buona scopata per poter dimenticare le preoccupazioni, trovare un momento di piacere nella difficile e precaria condizione di reduce mutilato. È in questo contesto che si muovono i diversi personaggi di questo libro, ognuno dei quali è un testimone della marginalità, altro tema di estrema importanza di questo lavoro.

Coloro che sono ai margini della società vivono la propria condizione come un qualcosa di ineluttabile a cui non ci si può opporre o sottrarre, esattamente come i bufali che scalciano e si ribellano ma che alla fine sono tutti quanti in marcia verso il loro ineluttabile destino, il mattatoio. Unico sollievo, come si diceva, lo possono dare solo l’alcol e il sesso, e qui le scene di sesso sono piuttosto esplicite ma sono anche uno strumento per poter descrivere la condizione marginale dell’uomo. Il sesso coinvolge innanzitutto una serie di personaggi che sono essi stessi marginali come i drogati, le prostitute, i trans, i mutilati, le scene avvengono in mezzo a conati di vomito, spesso tra amanti ubriachi nella sporcizia e la miseria quindi è un eros degradato e da un certo punto di vista sporco.

Il sesso come strumento per resistere allo strazio

Allo stesso tempo però il sesso in quanto forma di godimento è una sorta di sospensione dal tormento quotidiano: è un po’ la rivincita dei perdenti, un modo per non abbandonarsi alla disperazione più totale, è un modo sì di resistere allo strazio e alle tribolazioni infinite che la vita ci butta addosso però allo stesso tempo è un modo per ribellarsi al sistema perché va contro la tipica monogamia che vuole appunto il sistema.

          Ahmel Echevarría

Ciò che apparentemente potrebbe essere il punto debole di questo libro, cioè la mancanza di una storia vera e propria, di una narrazione o di una trama, finisce per diventare invece un punto di forza. In questo tipo di libri difficilmente lettore e scrittore creano un legame: qui lo scrittore è abile nell’utilizzare una narrazione in prima persona sottolineata dal modo in cui lo stesso protagonista si presenta all’inizio del libro rimarcando più e più volte il fatto di chiamarsi Ismael, Chiamami Ismael ci dice costantemente. È un modo per creare subito un legame con il lettore, legame che poi verrà rafforzato quando Ismael parlerà brevemente della guerra, in quello che secondo me è il punto più alto di questo libro.

La scrittura è breve e concisa, secca e cinicamente ironica, i capitoli sono brevi, ci sono molte ripetizioni, più che narrazioni o racconti sembrano degli scatti, delle immagini fotografiche di Ismael, immagini sulla guerra dove però a essere coinvolti sono tutti i sensi quindi odori, sapori e suoni in cui si descrive non solo ciò che si vede ma soprattutto ciò che si sente ed è qui dove il lettore verrà maggiormente coinvolto. Perché in mezzo a tutto questo caos, alle scene di sesso e alle sbronze c’è un fondamentale senso di estraneità ma anche di ineluttabilità dei combattimenti, della guerra, il senso di terrore, di perdita, le morti terribili, tremende soprattutto quando descrive quelle dei compagni.

Mi preme sottolineare una cosa che spesso e volentieri non viene mai messa in evidenza in questi libri ovvero la traduzione, che è in questo caso specifico è tutt’altro che facile. Traduzione che non è solo riportare un testo da una lingua all’altra ma spesso e volentieri il lavoro del traduttore è quello dell’intermediario culturale. Protagonista assoluto di questo libro è lo stile, la scrittura dove le parole scritte sono sofferenza che tra una sbronza e una maratona di sesso lasciano il posto a incessanti riflessioni sulla guerra la pace la morte la fede La solitudine la diversità l’amore il dolore. Un libro che fa male. Necessariamente male.

“Bufali in marcia al mattatoio” di Ahmel Echevarría, edizioni Efesto

Articoli correlati

Back to top button