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“Palermo di chitarra e coltello” di Giuseppe Sottile: il racconto autentico di un’isola che affascina e lacera

Le storie sono la rampa della realtà. Chi le racconta, non lo sa nemmeno, lascia una sapienza di vita. Quella che si sbriciola tutti i giorni, fatta di stenti, di ardimento, di silente carteggio con la propria anima che cerca requiem dagli affanni quotidiani. Non tutte le storie sopravvivono. Alcune spariscono e altre resistono. Diventano racconto attraverso la necessaria narrazione, indispensabile per smuovere le acque dell’indifferenza, per far rumore quando si tacciono cose che vanno dette come monito per eventuali errori.

Ognuno ne fa di suoi, piccoli o grandi che siano, sono il punto dal quale si disobbedisce a sé stessi spinti da qualcosa che va scoperta per comprendere il danno e quindi evitarlo. Anche le storie farcite dalla fantasia, alla fine, trovano la giusta aderenza nella verità. Quest’ultima è fatta di nomi, di luoghi, di luce e di segreti. È la traccia sulla quale si mescolano lingue e malelingue che gridano e sussurrano sgarri e infamie, peccati e redenzione. Le storie divorano la gioia, la consegnano ai perduti, la sminuzzano come atto di grazia per coloro che non hanno più occhi per piangere soffocati dalle sventure della sorte che colpisce tutti, ma si accanisce sempre sugli stessi, sui disgraziati. Ci solo luoghi, poi, come la Sicilia, in cui le storie sono legate allo strazio di un racconto autentico che appare addirittura minuscolo, per la grande vampa che sprigiona. Le storie, qui, sono corpi, voci, tradizione e stratificazione storica di effetti culturali che vengono da lontano.

In Palermo di chitarra e coltello di Giuseppe Sottile, edito da Einaudi, conosci una storia che è il calco di un pezzo di storie messe insieme. Crescere nel dopoguerra a Gangi, il paese su una montagna tra i Nebrodi e le Madonie, significava spaccarsi la schiena lavorando la terra. Studiare era privilegio dei ricchi. Chi aveva voglia e poteva contare sui sacrifici della famiglia entrava in seminario. Si consacrava a Dio e agli studi, per la vocazione poi c’era tempo di capire se farsi prete oppure no. Lo scrittore, sua è la voce narrante, passa quattro anni in un istituto dei salesiani. Lì scopre l’arte, la letteratura, la musica, ma la sua vocazione vacilla e ritorna a casa. A Gangi lo attendono una promessa d’amore e un’orchestrina che si muove tra serenate e funerali. Sono anni di sogni, di ambizioni. Finisce nella redazione de “L’Ora”, uno dei quotidiani storici e più importanti di Palermo, noto per essere stato il primo giornale a denunciare ed a mappare la mafia. Giuseppe Sottile racconta storie di delinquenti, di morti ammazzati, di tradimenti che si sovrappongono alla bellezza aspra e antica di un’isola che affascina, pur nella sua prudente ritrosia di un racconto che, a volte, viene lasciato in sospeso tra immaginazione e verità

Il libro racchiude bellezza e cura da ogni punto di vista, specie nel modo di guardare le storie, soprattutto quelle fragili. Il lettore coglie la narrazione come indispensabile, urgente. Respira ogni cosa e vede tutto. Annusa addirittura i profumi. Alcuni passaggi sono straordinari. Sono costruiti con l’autentica capacità di saper raccontare e dire le cose in modo talmente chiaro, quasi fosse una malia.

“Palermo di chitarra e coltello” di Giuseppe Sottile, edizioni Einaudi.

Lucia Accoto

Lucia Accoto. Critico letterario Rai Cultura per Mille e un libro Scrittori in Tv di Gigi Marzullo su Rai1. Giornalista pubblicista, recensore professionista. Lettura, scrittura e stile, fonti di vita e di ispirazione

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