“L’inverno della levatrice” di Ariel Lawhon: il caso editoriale che ha spopolato negli Stati Uniti

Le decisioni si rivelano valide o sbagliate a seconda delle circostanze. Se a muoverle è lo spirito di giustizia, allora l’animo si pacifica. Nel soccombere dinanzi al male, alla violenza, alla sopraffazione, diventi carcassa umana dilaniata dalla sofferenza. Tutto si fa scuro nella morsa della paura che governa i battiti del cuore quasi a demolirli con il silenzio. Vita senza corpo. L’assalto all’anima senza un minimo di tregua squarcia la ragione. Slabbrata da ogni possibile forza, ti silenzi. Taci per la vergogna, per la colpa che non è tua. I pensieri sono abbozzi di idee sfarinate che si fanno sassi in una mente assediata dal dolore.
Vuoi sparire, urlare, smettere di esistere. Sai però che devi dire e seguire la verità per restituire un po’ di pace a te stessa, per allontanare il tormento che ti toglie la voglia di vivere. Non è facile superare la disperazione quando si solleva qualsiasi dubbio su ciò che potrebbe cambiare la realtà. La gente spesso è convinta di una cosa, ignorando l’insieme delle circostanze che l’hanno generata, e non fa alcuna distinzione tra peccato e reato, tra colpa e innocenza, tra vittima e carnefice. Giudica, addita, senza sapere o facendo finta di non sapere. La rabbia repressa con il tempo può trasformarsi in accettazione, in rifiuto silente e in questo modo si potrebbe compromettere la volontà di cercare la verità. I solchi che la violenza lascia nell’anima delle vittime sono troppi profondi per lasciarsi andare ad un sonno agitato. Non riesci mai a dimenticare, quindi proteggi te stessa con la forza del coraggio che ti riscuote come un’Erinni per portare alla luce l’autenticità di fatti orrendi.
In L’inverno della Levatrice di Ariel Lawhon, edito da Neri Pozza, finisci in una storia in cui coraggio, violenza e verità aprono la strada a tante sfumature. È il 1789. In un villaggio dello Stato del Maine, in America, il fiume Kennebec è quasi completamente ghiacciato. Le acque restituiscono il corpo di Joshua Burgess. Ad esaminare il cadavere è Martha Ballard, la levatrice del villaggio. Il corpo di Burgess parla e dice che la morte non è arrivata solo per l’acqua, ma anche per corda: qualcuno lo ha impiccato prima di gettarlo nel fiume. Anche un medico esamina il cadavere, ma esprime parere contrario a ciò che stabilisce la levatrice. Liquida la questione con un incidente. In tanti pensano che la vittima meritasse una punizione soprattutto dopo l’oltraggiosa violenza ai danni della giovane Rebecca. Martha aveva raccolto per prima quella terribile confidenza e avvia un’estenuante ricerca della verità.
Il romanzo mette in evidenza l’ostinazione nel combattere per la giustizia. La narrazione fissa il divario tra il potere e la prevaricazione degli uomini sulle donne, il divario tra indifesi e protetti. La scrittura è incalzante, senza tregua.
“L’inverno della levatrice” di Ariel Lawhon, edizioni Neri Pozza.




