Recensioni

“Capolinea Malaussène” di Daniel Pennac: recensione libro

Iperbolico: iperbolico – iperbòlico, agg., dal lat. tardo hyperbolĭcus, gr. ὑπερβολικός, deriva da iperbole, gettare oltre, per i pochi che abbiano amato Il Rocci, per i molti che abbiano odiato Il Rocci, che a sua volta era “iperiperbolico”, è figura retorica, dice Treccani, che consiste nel portare all’eccesso il significato di un’espressione, amplificando o riducendo il suo riferimento alla realtà per rafforzarne il senso e aumentarne, per contrasto, la credibilità.

Ecco, Daniel Pennac è ancora meravigliosamente iperbolico, e provateci voi a invecchiare rimanendo iperbolici, provateci… e magari, già che ci siete, provate a invecchiare rimanendo credibili. Per esempio, io ci provo scucchiaiandovi iperboliche premesse e ipertrofiche divagazioni, tanto mica volete sapere cosa c’è al Capolinea, e se anche voleste saperlo, non ve lo dico sicuro, ma vi dico che il buon Daniel è rimasto iperbolico, che è quello che interessa i devoti fedeli del Capro Espiatorio per Antonomasia. Dunque, antonomasia, dal greco… tornate qui, scherzavo!

Certo, Julius è identico, e identico è anche il suo odore pestilenziale, ma è solo uno dei molti Julius, certo, Il Piccolo ha ancora gli occhiali rosa, ma coi suoi 198 centimetri d’altezza non è più tanto piccolo e può permettersi di scrutare le stelle da vicino, certo, Verdun non urla più come le trombe del giudizio, ma, da giudice, continua a dar battaglia a destra e a manca, più a destra fortunatamente che a manca, certo, Clara fotografa meno di una volta e Thérèse ha perso il dono della preveggenza, certo, potrei continuare, ma anche no, ormai si rischia di perdersi tra fratelli, figli e nipoti, in quella panoplia di buffi nomi e nomignoli eruttati dalla vulcanica mente di Jèrèmy per i battesimi laici della tribù.

Qualcuno non leggerà questo romanzo, che, peraltro, non è possibile leggere senza aver fatto altrettanto con il precedente “Il caso Malaussène”, di cui è la continuazione. Non lo leggerà perché non ama le fini. Posso comprendere, ci rendiamo tutti conto che un po’ della nostra vita è rimasta impigliata nelle “verità vere” pubblicate dalle Edizioni del Taglione della Regina Zabo, che un altro po’ della nostra vita è passata scarpinando per i marciapiedi sgarruppati di Belleville, o sedendoci anche noi su un letto a castello, affatati, come il resto dei piccoli della tribù, dal timbro di voce alla Jean Gabin dell’ispettore Van Thian… ma le favole finiscono: non ci si può giocare il “c’era una volta” senza pagar pegno al “e vissero tutti”, e così è per le saghe.

Fatemi controllare… fin qui nessun anglicismo, qualche latinismo, qualche ellenismo, qualche inevitabile francesismo… abbiate pazienza, è che sono un po’ in bolletta: ho iniziato a scrivere rubra al posto di ketchup sulla lista della spesa e, pian piano, sono scivolato in un’ossessione autarchica.

E ricordatevi sempre, tutti abbiamo bisogno di un colpevole per sentirci innocenti… se proprio serve, con “Ben” poco entusiasmo, mi offro volontario. Punto a CAPRO!

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“Capolinea Malausséne” di Daniel Pennac, edizioni Feltrinelli. I libri di Riccardo

Riccardo Gavioso

Nasce a Torino nel 1959, dove si laurea in Giurisprudenza. Ma ormai incerto su chi fossero i buoni e i cattivi, e pur ritenendo il baratto una forma di scambio decisamente più evoluta del commercio, da allora è costretto a occuparsi di quest’ultimo. Inevitabile, quindi, che l’alienazione professionale lo spinga tra le braccia di una penna e che la relazione, pur tra alti e bassi, si protragga per diversi anni. Poi, deluso in egual misura da quel che si pubblica e da quel che non si pubblica, smette di scrivere narrativa e si occupa di giornalismo collaborando con diverse testate di rilievo e creando un blog che arriva a incuriosire diecimila lettori al giorno. Torna alla narrativa con Arpeggio Libero con cui pubblica attualmente. Ha ottenuto diversi riconoscimenti per i suoi racconti. Nel 1997 è stato finalista al Premio Internazionale di Narrativa “ Il Prione ”.

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