Ci sono libri che non solo si leggono: si accompagnano. “LA MONDINA” di Silvia Montemurro (edizioni e/o) è uno di questi. È un romanzo che chiede al lettore di prendere per mano Lena e di camminare con lei — nel fango delle risaie, nel silenzio della fame, nella fatica che non concede lamenti — e, allo stesso tempo, di osservare da un’altra prospettiva, quella di Grazia, una vita apparentemente più protetta ma non per questo più libera.
L’autrice torna a raccontare una storia di donne, e lo fa con la capacità che le è propria, quella di abitare le storie e permettere a chi legge di entrarci, di sentire l’odore dei luoghi, il peso delle scelte, la complessità dei sentimenti. “La mondina” è ambientato nel 1913, ma parla un linguaggio che non conosce tempo, perché i temi che affronta — emancipazione, colpa, desiderio di libertà, maternità, violenza, solidarietà femminile — sono ancora radicalmente attuali.

Due voci, due prigioni
Le protagoniste sono due: Lena e Grazia. Le loro voci si alternano in un racconto in prima persona che mette subito in chiaro una cosa fondamentale: la realtà cambia a seconda degli occhi che la guardano. Le due donne sono diversissime per estrazione sociale, educazione, possibilità. Eppure, entrambe sono sole, entrambe portano addosso un senso di colpa che le attraversa e le definisce, entrambe vivono in una prigione, che per Grazia è spesso dorata, elegante, composta, ma non meno soffocante.
Silvia Montemurro lavora con grande finezza sul tema dello specchio: Lena e Grazia si riconoscono l’una nell’altra come in una versione alternativa di sé, mai esistita ma possibile. È qui che il romanzo trova uno dei suoi nuclei più potenti: non c’è una sola forma di oppressione e nemmeno una sola via di fuga.
«Ci guardammo per un istante, fu come specchiarsi in una versione di me che non era mai esistita, invidiavo la sua libertà e al tempo stesso ne avevo forte compassione».
Leggere, scrivere, scegliere
“La mondina” è una storia di emancipazione in modo radicale. Per Lena, la libertà passa prima di tutto dall’imparare a leggere, gesto rivoluzionario in un mondo che teme le donne che pensano («Una donna che legge si mette in testa strane idee»). E poi dallo scrivere. La cultura diventa strumento di consapevolezza, di possibilità, di scelta.
Ma il romanzo pone anche una domanda antica e mai risolta: la libertà si conquista con il denaro o con la conoscenza? L’autrice non offre risposte semplici, ma mostra come entrambe le strade siano impervie e come, senza comprensione e autodeterminazione, nessuna ricchezza sia davvero sufficiente.
Sorellanza, famiglia, solitudine
Uno degli aspetti più riusciti del libro è il modo in cui viene raccontata la sorellanza: concreta, faticosa, fatta di gesti più che di parole. Lena, Severa e Teresa si sostengono nelle lotte quotidiane, creando una rete che è sopravvivenza prima ancora che scelta. In contrasto netto con l’amicizia di facciata, fragile e opportunistica.
Il tema della famiglia attraversa tutto il romanzo. Lena è sola. Ha avuto una grande amica, Maria, e Renza, la madre di quest’ultima, le ha fatto un po’ da mamma, in una sorta di famiglia di adozione. Questo apre anche al tema di non sentirsi amati, di non sentirsi mai abbastanza, di dover meritare il fatto di essere amati. E di sentirsi sempre in colpa per tutto. Ma anche di ricercare un senso alla propria vita. «L’unica persona che mi abbia amata per come ero è morta, e la colpa è mia». In sostanza, la famiglia per Lena è stata una cosa. Per Grazia, un’altra, è stata vincolo e aspettativa, anche se le ha dato disponibilità economiche. In entrambe, emerge una ricerca di senso che passa dalla domanda più difficile: chi siamo, se nessuno ci ha mai davvero visti?
I luoghi come personaggi
Le risaie e Torino non sono semplici ambientazioni: sono personaggi vivi, che incarnano due mondi inconciliabili. La risaia è fatica, silenzio, canto senza voce; Torino è desiderio, possibilità, scoperta di ciò che si può volere e che prima sembrava proibito anche solo immaginare.
Accanto ai luoghi, la natura ha un ruolo centrale: animali, alberi, fiori diventano simboli, confidenti, metafore.
Nel libro sono inseriti dei veri e propri Intermezzi, delicati, poetici, sorprendenti, che aprono spazi di respiro e rivelano uno sguardo profondamente rispettoso verso il mondo naturale.
L’ortensia, con la sua metamorfosi lenta, è forse una delle immagini più potenti del romanzo, simbolo di resilienza, cambiamento, pazienza, ma anche del rifiuto di trasformarsi senza desiderarlo, e che Grazia accosta a Lena.
«Anche tu sei così, Lena. Sei in un momento di passaggio. Ajisai, così si dice “ortensia” in giapponese. Abbraccia i cambiamenti e sii grata per ogni fase della vita. Presto avrai un altro colore. Dovrai solo avere pazienza. Accettare anche questa sfumatura».
«Pazienza. Quella parola mi è rimbalzata in testa tutta la notte, insieme all’odore persistente dei fiori. Ho pensato alle ortensie, alla loro metamorfosi lenta e silenziosa, al modo in cui assorbono ciò che le circonda per trasformarsi. Ma io non sono un fiore. Non ho radici da affondare nel terreno. E soprattutto, non voglio essere qualcosa che cambia senza desiderarlo. Voglio decidere da sola il colore della mia vita».
Maternità, violenza, fantasmi
Silvia Montemurro affronta poi il tema della maternità con grande delicatezza e onestà, mostrando il peso delle aspettative, la frustrazione, il desiderio che diventa ossessione, la disillusione che cresce con il tempo. Accanto a questo, il tema della violenza è presente con chiarezza: un “no” deve valere sempre, senza attenuanti.
Come in altri romanzi dell’autrice, ci sono fantasmi, statue, case che respirano e giudicano. Elementi che non scivolano mai nel fantastico fine a se stesso, ma servono a raccontare ciò che resta, ciò che non passa, ciò che continua a parlarci anche quando vorremmo dimenticare.
Un romanzo che resta
Lo stile è riconoscibile: l’uso dell’articolo davanti ai nomi propri, il dialetto, la struttura in parti che accompagnano il lettore verso l’epilogo con coerenza e intenzione. Nulla è casuale, eppure tutto scorre con naturalezza.
“La mondina” è un romanzo che non cerca risposte definitive, ma invita al dialogo, al confronto, al perdono come forma di liberazione.
È una storia che permette a chi legge di riconoscersi, di immedesimarsi, di chiedersi cosa avrebbe fatto al posto di Lena, di Grazia, degli altri personaggi. Perché le cose cambiano a seconda degli occhi che le vedono.
«Forse sono i libri a venirci a trovare al momento giusto. Le storie che raccontano ci sono state cucite addosso già da prima e ognuna di loro ci stava aspettando».
PS: ho davvero preso per mano Lena per accompagnarla dai lettori perché ho avuto l’onore e il piacere di presentare questo libro con l’autrice proprio il giorno della sua uscita in libreria. È stato un battesimo emozionante e coinvolgente, mossa anche dalla tacita richiesta di attenzione della piccola mondina della copertina, i cui occhi parlano senza distrarci dal libro che sorregge con dignità.
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La mondina – Silvia Montemurro (edizioni e/o) – A Garamond Type.




