A Garamond Type

“Crossroads” di Jonathan Franzen: recensione libro

Finalmente posso dire di avere letto anche io Crossroads, il nuovo romanzo di Jonathan Franzen, uscito in Italia lo scorso novembre edito da Einaudi con l’ottima traduzione di Silvia Pareschi.

È il primo di un “trio of novels”: Franzen non ama definire trilogia la sua ultima opera, ha dichiarato infatti che si tratta di tre romanzi autoconclusivi e indipendenti tra loro, che narrano le vicende degli Hildebrandt, una famiglia della periferia di Chicago a distanza di venticinque anni a partire dal 1971. Il titolo, giusto un filo presuntuoso, di quest’opera ambiziosa è “A Key To All Mythologies”, “La chiave di tutte le mitologie”, citazione ironica del Middlemarch, capolavoro di George Elliot, a cui si ispira, tralasciando però ogni giudizio morale che invece esso esprimeva. Franzen si limita a raccontare, a osservare il tentativo continuo dei personaggi di diventare, ognuno a modo suo, delle brave persone. Essi si sforzano, sperano di riuscirci. Ma non ci riusciranno mai, almeno in questa prima novel, fatta di oltre seicento pagine, raggruppate in due periodi temporali: Avvento e Pasqua.

Con un visore

Come nella realtà virtuale, Franzen fa indossare al lettore un visore che, capitolo dopo capitolo, permette di vivere le vicende come ognuno dei sei componenti della famiglia Hildebrandt fa. L’identificazione è una delle chiavi di lettura che preferisco, peccato che questo autore, seppur indiscutibilmente bravissimo, non sia stato capace di farmi provare empatia con e per i protagonisti: ero con loro, vivevo con loro, soffrivo, impazzivo, mi drogavo con loro, ma non mi sono sentita appieno loro, insomma. E questa magia mi è mancata.

Sei protagonisti più uno

I protagonisti sono sette: i sei Hildebrandt e Crossroads , il gruppo cristiano giovanile che comincia a sovvertire le tradizionali categorie sociali, che si chiama così da una canzone di Robert Johnson, un nome che significa “bivi” e che è anche metafora del momento storico narrato nel romanzo, quando gli Stati Uniti sono a un bivio sociale e politico con la guerra in Vietnam, l’abuso di droghe, l’avvento di movimenti per i diritti civili a fare da sfondo.

La famiglia Hildebrandt è composta da: Russ, il padre, patriarca e reverendo della chiesa liberale di New Prospect, la First Reformed Church, devoto e insoddisfatto, che fa dell’autocommiserazione il suo modus vivendi, in bilico tra l’astio per il pastore Rick Ambrose e l’innamoramento per una giovane vedova parrocchiana.

Marion, la sorprendente madre, che spezza il bozzolo di anonima moglie in cui è rinchiusa da trent’anni e si rivela per quella che è, tra strascichi di una malattia mentale giovanile e la volontà di riappropriarsi della sua identità tramite un dimagrimento a colpi di sigarette.

Clem, il figlio maggiore che vuole partire per il Vietnam per appagare il suo bisogno di giustizia morale; Becky, la figlia, la più popolare ragazza della scuola che entra nel gruppo perché innamorata del cantante Tanner; Judson, il figlio minore, l’unico che pare vivere serenamente in questa famiglia alquanto complessa; e, ultimo ma non ultimo, Perry, il geniale Perry, colui che pecca di più e, forse proprio per questo, si staglia sugli altri nelle parole di Franzen.

Non manca anche il confronto con altre culture, nera e navajo, tema caro all’autore.

Senza giudizio alcuno

Con una scrittura che rasenta la perfezione, con tratti della consueta ironia franzeniana, l’autore ci racconta senza giudicare qualcosa che, essendo avvenuto cinquant’anni fa, ci risulta più tollerabile: la facilità di fallimento personale, il coesistere di bravura e cattiveria, l’aspirazione continua a essere buono, “perché questo era il suo nuovo proposito: essere buono. O almeno, se non ci fosse riuscito, meno cattivo.”

“L’ultima luce di novembre si affievoliva in colori pastello sotto le nuvole all’orizzonte suburbano. Ora Russ aveva ragioni più che sufficienti per vergognarsi in seguito, più che sufficienti per essere certo di meritarsi di soffrire. Il senso di rettitudine che avvertiva in fondo alle giornate peggiori, la sensazione di ritorno del figliol prodigo che ricavava dalle umiliazioni, erano il suo modo di sapere che Dio esisteva. Mentre guidava verso la luce morente, pregustava già il momento in cui lo avrebbe ritrovato.”

Crossroads” di Jonathan FranzenEinaudi. A Garamond Type.

Laura Busnelli

Commercialista “pentita”, ho maturato anche un’esperienza pluriennale in Sony. Lettrice appassionata e tuttologa, all’alba dei quarant’anni mi sono scoperta scrittrice, dopo essermi occupata di correzione bozze ed editing. Sono stata anche una libraia indipendente per tre anni. E rimarrò una libraia per sempre. Operatrice culturale, racconto il mondo dei libri online, tengo una rubrica su libri a tema animali su RadioBau & Co. (web radio del gruppo Mediaset) e collaboro con l'associazione culturale "Librai in corso" nell’organizzazione di eventi. La mia rubrica qui si chiama "A Garamond Type" perché il Garamond è il carattere adottato per quasi tutti i libri italiani e Type sta sia per carattere, font, sia per tizio. E la tizia sarei io.

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