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Gesualdo Bufalino, 30 anni di lavoro per il romanzo perfetto

Estate 1996, fa già caldo ma non troppo. Il 14 giugno, anzi, il tempo è pessimo.

Sotto una grandine infernale, un terribile incidente sulla statale 115. Una strada brutta e malmessa che da Comiso arriva fino ad Agrigento attraversando campi brulli e paesini dimenticati nel sud della Sicilia. Al km 301, tra Comiso e Vittoria, Gesualdo Bufalino è al posto del passeggero in una 127 Bianca. Sotto i pesanti chicchi di grandine si vede poco o nulla, l’asfalto non è dei migliori da quelle parti. Una macchina ha tentato un sorpasso e, dopo aver sbandato, ha travolto l’auto in cui viaggiava lo scrittore che, ironia della sorte, odiava le auto e non aveva mai preso la patente. Lo scrittore è estratto vivo dall’abitacolo, ma non sopravvive morendo poco dopo e lasciando alcune delle pagine più belle della letteratura italiana e un ultimo romanzo incompiuto, Shah Mat (L’ultima partita di Capablanca) di cui restano solo due capitoli.

Una storia atipica, quella di Bufalino, arrivato in tardissima età al successo come scrittore. Aveva 61 anni infatti quando pubblicò per Sellerio Diceria dell’Untore. Aveva iniziato a lavorarci più di 30 anni prima, nel 1950. Era un semplice progetto abbozzato, poi abbandonato. Era una prima stesura molto approssimativa, che finirà in un cassetto insieme al desiderio di una pubblicazione. 

Nel 1971 ci rimetterà mano a quel romanzo, limandolo per anni. Continue riscritture. Negli anni si dedicherà alle traduzioni. Molte o quasi tutte per Sellerio. Abbandonando la scrittura per sé stesso, o il sogno di pubblicare. Furono però le insistenze di Leonardo Sciascia – con cui era sorta una amicizia – e di Elvira Sellerio, a stuzzicare nuovamente la passione sopita.

Quindi rivela di avere un romanzo, a Sellerio lo vogliono pubblicare e allora, alla bella età di 61 arriva la sua prima vera soddisfazione editoriale.
Dopo più di 30 anni di revisione e modifiche, finalmente esce il suo capolavoro: Diceria dell’untore, sin da subito caso letterario, libro immortale dalla prosa aulica e dalla storia emozionante. Il libro sarà Premio Campiello nell’81 e diventerà anche un film.

Lo preciserà anche in una intervista a Sciascia su L’Espresso: «L’ho pensato e abbozzato verso il ’50, l’ho scritto nel ’71. Da allora una revisione ininterrotta: fino alle bozze di stampa» Da questo romanzo pensato, ripensato e riscritto decine di volte, arrivò la sua fortuna solo in tarda età. E di seguito una produzione che in pochi anni si fece frenetica, fino alla morte improvvisa: estate, un’auto che sbanda in una strada dimenticata da Dio, una vita che si spezza.

A noi resta il ricordo di un intellettuale schivo, riservato e atipico, e nei nostri scaffali una serie di capolavori immortali.

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