Approfondimenti

Dai bestseller giapponesi alle librerie italiane: come il “fattore gatto” è diventato l’esca perfetta dei packaging editoriali

Un'indagine tra i titoli pubblicati dal 2020 a oggi rivela come la figura del felino si sia trasformata da simbolo narrativo a scorciatoia di marketing per le case editrici.

Era da un po’ di tempo che mi portavo dietro una curiosità perché, navigando sui social, soprattutto tra le pagine e i gruppi dedicati ai libri, ho iniziato a notare un trend editoriale sempre più evidente, ovvero, un numero crescente di romanzi che esibisce la parola gatto direttamente nel titolo. Naturalmente, non mi interessa tanto stabilire se sia una moda editoriale, perché lo è e anche in modo evidente, quanto capire come si sia formata, da dove sia arrivata e perché l’editoria italiana l’abbia abbracciata con così tanto entusiasmo.

Ora, da parte mia devo ammettere che non sono un grande amante dei gatti, nel senso che, essendo allergico, non li considero animali che possano condividere con me lo stesso spazio, pur apprezzandone comunque la bellezza: ma al di là di questo, l’aspetto che ho cercato di approfondire per soddisfare la mia inutile, e sottolineo inutile, curiosità, è in quale modo i gatti siano riusciti ad appropriarsi del panorama editoriale italiano.

Così, ho deciso di fare una verifica, senza alcuna pretesa di esaustività: ho aperto IBS, ho digitato semplicemente la parola “gatto” nel motore di ricerca e mi sono limitato a esplorare le prime cinque pagine dei risultati, escludendo tutti i libri pubblicati prima del 2020 e quelli destinati ai ragazzi. Una ricognizione rapida, dunque, ma sufficiente per soddisfare la mia curiosità.

Il fattore gatto come trend editoriale

Il risultato è stato interessante: nelle prime cinque pagine di IBS sono comparsi ben ventisette romanzi nel cui titolo compare la parola gatto/gatti, tredici che fanno riferimento ad autrici/autori giapponesi, undici ad autrici/autori italiane/i. Gli altri si dividono tra Germania, India, Cina e Stati Uniti. Ma ancora più interessante è la distribuzione cronologica di queste ventisette pubblicazioni: fino al 2023, infatti, il fenomeno era dominato quasi esclusivamente dalla narrativa giapponese, mentre dal 2024, e soprattutto nel biennio 25/26, l’editoria italiana sembra aver scoperto improvvisamente che il gatto “vende”. Va specificato un dato: in Italia si pubblicano ogni anno circa 70/80mila titoli, dunque 27 pubblicazioni nell’arco di 6 anni sono senza dubbio molto poche.

Comunque, questa è la cronologia delle 27 pubblicazioni individuate su IBS:

2020

  • “Se i gatti scomparissero dal mondo” – Giappone
  • “Il monaco che amava i gatti” – Italia
  • “La locanda del gatto nero” – Giappone

2021

  • “Cronache di un gatto viaggiatore” – Giappone
  • Abbandonare un gatto” – Giappone
  • “Io sono un gatto” – Giappone

2023

  • “La libreria dei gatti neri” – Italia

2024

  • “Un gatto per i giorni difficili” – Giappone
  • “La locanda dei gatti e dei ricordi” – Giappone
  • “I gatti dal cuore d’ambra” – India
  • “Il mio gatto ha visto l’assassino” – Italia
  • “Città di gatti” – Cina
  • “I gatti di Shinjuku” – Giappone

2025

  • “Se i gatti potessero parlare” – Italia
  • “La soluzione è sempre un gatto” – Giappone
  • “Da Shippo, pasti caldi e gatto ospitale” – Giappone
  • “Un gatto per ogni volta che torni a casa” – Giappone
  • “Sette vite come i libri. Indagini per quattro coinquilini e un gatto” – Italia
  • “Il gatto dai sette nomi” – Italia
  • “Parola di gatto” – Italia
  • “Come i gatti ci insegnano a vivere” – Italia

2026

  • “Nel cuore del gatto” – Germania
  • “Il gatto che risolveva delitti impossibili” – Italia
  • “Un gatto ti accende la vita” – Giappone
  • “Il grande massacro dei gatti” – Stati Uniti
  • “Il fattore gatto” – Italia

La distribuzione è la seguente: 13 titoli giapponesi (praticamente la metà del corpus), 11 italiani, uno tedesco, uno indiano, uno cinese e uno statunitense. Ancora più interessante è, tuttavia, l’evoluzione cronologica:

  • 2020: 3 titoli → 2 Giappone, 1 Italia
  • 2021: 3 titoli → 2 Giappone, 1 Italia (se consideriamo “Io sono un gatto”, riedizione/tradizione di un classico giapponese)
  • 2023: 1 titolo → Italia
  • 2024: 6 titoli → 4 Giappone, 1 India, 1 Cina
  • 2025: 8 titoli → 4 Giappone, 4 Italia
  • 2026: 6 titoli → 3 Italia, 1 Giappone, 1 Germania, 1 USA

Naturalmente non c’è nulla di male nel raccontare storie che abbiano un gatto come protagonista, anzi. Il problema nasce quando il gatto smette di essere un personaggio e diventa una formula editoriale, cioè un ingrediente rassicurante da infilare nel titolo quasi come fosse un marchio di garanzia che promette, ancora prima di aprire il libro, conforto, leggerezza, una piccola (ennesima?) lezione di vita. Un’esca facile, insomma, da usare per attrarre lettrici e lettori.

Ma torniamo ai dati. Abbiamo detto che tra il 2020 e il 2023 i titoli dei libri che utilizzano la parola gatto sono quasi esclusivamente di provenienza giapponese: è in questi anni, infatti, che arrivano in Italia romanzi come Se i gatti scomparissero dal mondo, Cronache di un gatto viaggiatore, Abbandonare un gatto o La locanda del gatto nero. Poi però qualcosa cambia.

Dal 2024 il numero dei titoli aumenta sensibilmente e nel biennio 2025-2026 l’editoria italiana sembra accorgersi all’improvviso delle potenzialità commerciali del felino: iniziano, così, a comparire Se i gatti potessero parlare, Parola di gatto, Il gatto dai sette nomi, Come i gatti ci insegnano a vivere, Il fattore gatto, Il gatto che risolveva delitti impossibili. Naturalmente non tutti questi libri sono uguali, e sarebbe scorretto metterli sullo stesso piano, ma osservati uno accanto all’altro sembrano raccontare qualcosa che vada oltre il loro valore letterario: il meccanismo che governa il mercato editoriale.

Il punto, infatti, non è stabilire se questi libri siano belli o brutti, anzi, molti saranno sicuramente ottimi romanzi (non ne ho letto neanche uno ma mi fido). Il punto è un altro: è quando il mercato individua un elemento capace di vendere e tende a riprodurlo sistematicamente fino a trasformarlo in una formula ripetitiva. Che poi è un meccanismo visto, rivisto e consolidato, dato che è successo con il thriller nordico, con i noir scandinavi, con i romanzi ambientati nelle librerie (e anche quelli meriterebbero un’analisi a parte), con le pasticcerie giapponesi, con i caffè letterari, con i club del libro e oggi sembra toccare ai gatti. ma non perché improvvisamente gli scrittori di tutto il mondo abbiano sviluppato un’ossessione per i felini, quanto perché il gatto è diventato un potente strumento di marketing: è un animale che evoca calore, introspezione, conforto, malinconia, tenerezza, compagnia. E così, prima ancora di leggere la quarta di copertina, il lettore ha già l’impressione di sapere quale esperienza emotiva gli viene promessa, perché c’è un bel gatto che campeggia nel titolo.

E qui nasce la mia perplessità: mi chiedo se queste scorciatoie editoriali siano davvero innocue oppure se, alla lunga, finiscano per impoverire la creatività e la varietà delle proposte. Perché da una parte, capisco che un editore cerchi di intercettare ciò che piace a più lettori possibili, dato che pubblicare libri significa anche venderli e nessuno si mette qui a fingere che il mercato non esista e che le vendite non siano importanti. Ma quando il mercato diventa un criterio significativo attraverso cui si costruiscono le nuove proposte, il rischio è che la ricerca della novità lasci progressivamente spazio alla formula consolidata e verificata, quella più efficace e, a mio avviso, questo è il punto un po’ meno innocuo.

Perché temo, e sottolineo temo, che invece di lavorare in prospettiva e costruire nuove proposte, si tenda ad accontentarsi di “portare a casa la giornata”, cioè a spremere il più possibile quei meccanismi che hanno dimostrato di funzionare, per poi buttarli al secchio una volta esauriti. Il che, però, rende l’offerta editoriale progressivamente povera e prevedibile. E l’impressione è che se anche la creatività inizia a seguire le logiche del marketing, alla lunga il confine tra una storia scritta perché aveva qualcosa da dire e una storia costruita perché aveva qualcosa da vendere diventi sempre più sottile. E a rimetterci è tutto il panorama editoriale.


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Alessandro Oricchio

Dottorando in studi politici Sapienza Università di Roma, speaker di Teleradiostereo, giornalista pubblicista iscritto all'Odg del Lazio. Amante dei libri, dei viaggi, del calcio, della lingua spagnola, del mare e della cacio e pepe.

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