Per “Di Versi in Versi”, vi proponiamo la lettura de “Lo strano diario di un tramviere” di Salvatore Sblando, edito da La Vita Felice.
Ritmo cadenzano, la parola-forza centripeta di Sblando
Un verso dal ritmo cadenzato. Non sarebbe azzardata l’immagine del lettore che batte il piede ad ogni nuovo “spezzato” verso, che pone l’accento sulla semantica della parola.
Andiamo ad esempio ai versi di pagina 12:
«Nell’affanno
di un ultimo
saluto
la confusione
di un sussurro».
Quella di Sblando è una parola-forza centripeta che ci attira verso il centro dell’orbita dei significati e significanti. Non è un caso che si parta da questa forma stilistica nell’osservare l’ultimo lavoro poetico di Salvatore Sblando, “Lo strano diario di un tramviere”, edito da La Vita Felice. Perché è bene soffermarsi sulla ricerca, sul cosiddetto lavoro del poeta. “Sblando – si legge nell’aletta che ci introduce all’intero testo – cura la parola per renderla efficace, pulita, fluida, mai ridondante o superflua”. E nel leggere la raccolta ci si accorge che non è una presentazione specchio per le allodole. La poesia possiede la parola di Sblando in modo saldo. Una poesia che, come lui stesso ci dice, «non è mai punizione», con
«parole
scivolate
al silenzio
alla rabbia
al momento solo
ultimo
del mio eterno
punto e
a capo».
Un diario poetico fatto di luoghi e l’amore del rapporto padre-figlio
E cosa troviamo in questo “strano diario”? Troviamo i luoghi, del quotidiano e delle origini, e un rapporto di sangue indissolubile, segnato dal tempo, dalla dimenticanza malata e non voluta. Troviamo un figlio di fronte a un padre, che viene e va, anche se non nel senso motorio del termine: “Perderti e ritrovarti così, come si perde e si ritrova il proprio portafoglio”, leggiamo in esergo alla seconda sezione del libro, che ci accompagna nell’attimo «mite / per un appena / piccolo / di meraviglia»; e ci serviamo delle sue parole e in particolare dell’aggettivo piccolo non poggiando il suo significato sulla dimensione valoriale, ma sull’emotività tenera e a tratti nostalgica della voce dell’autore.
A pagina 29 e 30, troviamo un componimento – tra i più riusciti – che sembra concentrare tutte le dimensioni vocali che Sblando ha scelto di dispiegare in questo lavoro editoriale. C’è l’io, che il padre, ci sono i luoghi, non a caso la dedica cita “per me e per mio padre”:
«Sei una casa
senza muri
con le finestre
di un mare aperto
sempre calmo
[…]
vorrei
vasculo patire
la tua demenza
mentre ti fai
dimenticanza…
[…]
sopra il mare
e sulle spiagge
dell’isola nostra
delle femmine»
Anche lo sguardo sociale del poeta si impone nei testi
E da pagina 41 anche la dimensione sociale, del poeta che guarda e interpreta la sua realtà, con il suo – come sempre dovrebbe essere – occhio critico, come ben ci dicono i componimenti “Italiani” e “Poesia richiedente asilo”, di questo “siciliano che abita a Torino”, anch’esso “migrante” bersaglio degli insulti.
Ma Sblando non ci offre uno sguardo miope, nella sua scrittura non manca l’amore, che con forza si concentra in questo testo sull’immagine del padre (ma non necessariamente vi rimane attaccato) e il dolore:
«Oggi
vorrei essere
un dolore
di quelli che nascono
dopo che abbiamo vissuto
sottosopra
senza fiato
Perché quando
non ho male
significa che non ci sei»
Ma per comprendere le viscere, la carnalità, la voce pura di Sblando, crediamo si debba arrivare a “Il dono”, non a caso – pensiamo – inserita anche in quarta di copertina, come sorta di manifesto, e abbandonarci come lui ci indica:
«al tatto
delle mie mani
attendo
il tuo arrenderti a me
Ferocemente».
E lo facciamo, ci arrendiamo alla parola che pulsa, che parla di assenza senza dimenticare l’amore, che narra il dolore senza escludere la speranza (quella “metodica del bene” che l’io poeta Sblando vorrebbe invidiare). Sblando non parla a se stesso, alla propria esperienza – di cui pure ci fa dono in forma di poesia – parla al lettore e questo fa di lui un poeta.