“L’aneddoto dei calchi” di Maria Teresa Rovitto: quando l’arte diventa ossessione
Una prosa originale, plastica, sorprendente per un debutto che farà parlare di sé

La prima cosa a colpire in questo luminoso esordio di Maria Teresa Rovitto è la mostruosa padronanza della lingua che si fa argilla nella penna dell’autrice.
Con una rara capacità di restituire i pensieri e i sentimenti attraverso la scrittura, L’aneddoto dei calchi ci porta là dove tutto ha inizio: una performance artistica nella quale vengono simulati i corpi carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. È da qui che la vita delle due protagoniste, Livia e Zoa, che prendono parte a questo rivoluzionario taubleau vivant, si fa bivio e punto di non ritorno.
Le due ragazze restano intrappolate nell’ossessione della performance e iniziano a sentirsi incomplete, interrotte, quasi come se aver avuto il coraggio di far parte di un’opera d’arte ne compromettesse la vita reale; quasi come se avessero perso dei pezzi di sé nell’esposizione allo sguardo altrui, sottomettendosi alle richieste dell’artista e alla tasca degli acquirenti.
LA VITA CHE PRENDE FORMA DALL’ARTE

Alla stregua degli antichi, che temevano che la fotografia rubasse loro l’anima, le due amiche avvertono che la partecipazione alla performance ha consegnato le loro esistenze alla menzogna, in una sorta di ribaltamento tra realtà e finzione. Con una prosa nitida, profondissima e brillante, che dà vita ad accostamenti e similitudini spiazzanti, l’autrice usa la lingua come uno scalpello, grazie al quale intaglia forme e costruisce capolavori.
Livia e Zoa cercano la propria identità tra i labirinti dei propri desideri e delle aspettative altrui e, sebbene le loro vite si separino, i loro destini restano legati dal ricordo pastoso e indelebile dell’esperienza che hanno condiviso. E così i giorni si fanno disperato tentativo di riappropriarsi di quella parte perduta per il mondo, quel pezzo di identità di cui avvertono la mancanza come un arto tagliato.
Una scrittura densa come vernice
“L’aneddoto dei calchi” è una sorprendente opera sull’arte, sulla percezione e la distorsione del corpo, sulla possibilità di far nascere la vita dalla psicosi nichilista dell’arte. Difficile trattenere lo stupore ammirato di fronte a una lucidità di prosa senza uguali: ci sono passaggi che si leggono la prima volta con sorpresa, la seconda con gratitudine, consapevoli di essere stati messi a parte dell’universo emotivo delle protagoniste attraverso una lingua che, mentre prende forma, diventa sostanza. E si fa essa stessa cosa, e avvenimento, e grido, e meraviglia.
La scrittura di Maria Teresa Rovitto è densa, quasi appiccicosa, e ti resta attaccata addosso come la vernice che, ricoprendo i corpi di Zoa e Livia, ne scopre i vuoti, esponendoli per sempre alla vita.
Leggetelo: che lo amiate o meno, non avrete mai letto nulla di simile.
IL VINO
Lettura da abbinare a un Etna Rosso DOC, vino dalla forte impronta vulcanica, che richiama la cenere, la pietra e la memoria, mentre la sua eleganza rievoca il lato contemplativo dell’arte.
L’aneddoto dei calchi, Maria Teresa Rovitto, Terrarossa edizioni, a cura di Sopra le righe.
LA CITAZIONE
“Lei e le altre modelle avete avuto il coraggio di diventare un’opera d’arte. Avete compromesso la vostra vita reale. Vi siete sdoppiate, avete perso pezzi di voi, disseminati, esposti ancora oggi allo sguardo, giudicati, trasformati, acquistati. Siete state coraggiose perché avete visto nell’artista una divinità e vi siete a essa sottomesse. Avete riconosciuto, nonostante voi e il vostro futuro, il valore della sua visione. Avete assunto fino in fondo il vostro destino di esseri immaginativi, che elaborano doppi. Avete mostrato di essere meno fragili nel corpo e nello spirito di quanto crediate. Per questo siete state scelte. Avete provato a elevarvi, passare dal reale al significativo”.



