La vita potenziale, Lavinia Bianca. Un viaggio imperdibile nei meccanismi compensatori delle dipendenze.
Fino a che punto si è disposti ad arrivare pur di essere visti?

Per chi ama la lettura, la tristezza per la fine dell’estate è sempre lenita dall’uscita di nuovi romanzi, alcuni dei quali molto attesi. E’ il caso de “La vita potenziale”, di Lavinia Bianca.
Ma qui occorre una premessa: se siete in cerca di letture confortanti, che accarezzino e riscaldino, come il tè al gelsomino o l’immancabile coperta di pile, non comprate questo libro.
Se, invece, accettate la sfida lanciata dalla editor Francesca de Lena, la quale afferma – rivendicando il genere femminile per un romanzo che, a torto, potrebbe essere definito maschile – “Lavinia è una femmina che vi fa vedere come si scrive”, sedetevi, respirate a fondo e iniziate.
La protagonista, Lavinia, è una giovane donna che, allontanatasi da una famiglia borghese e perbenista, è diventata una manager affermata. Ma le ferite dell’infanzia, un padre assente che non l’ha mai “vista” veramente, e una madre che sfoga nel fastidio verso le imperfezioni del corpo il suo disturbo depressivo, si sottraggono al desiderato processo di cicatrizzazione e continuano a sanguinare.
Una protagonista affamata di conferme e stritolata dalle stesse
Fino a che punto si è disposti ad arrivare pur di essere visti? Fino a quale livello di aberrazione si riesce a prostrarsi pur di essere oggetto di quello sguardo pacificatore che ci è stato negato durante l’infanzia?
Questo romanzo vede la protagonista incedere e cadere in un parossistico passo a due tra la vita agita e quella potenziale, tra l’oltraggio della realtà e il conforto apparente della virtualità, attraverso la spasmodica ricerca di pratiche sessuali online, grazie alle quali sente finalmente di essere vista. Schiacciata da un attaccamento bambino a una figura materna “ammalata di incomprensione”, della quale, per eccesso d’amore, finisce per assimilare le malattie, Lavinia dà vita a un dualismo manicheo tra l’iperperformabilità in un lavoro dirigenziale che svolge funzione di compensazione e il piacere sessuale dal quale appare dipendente, e che diventa strumento di creazione e affermazione della sua, o meglio delle sue, identità.
Ma cosa succede quando questi due universi paralleli sfondano il muro perimetrale di confine?
“La vita potenziale” è un viaggio senza cinture nelle fauci della depressione e dei suoi meccanismi ricattatori, nella genitorialità manchevole e abdicante, un salto senza rete nel senso di inadeguatezza che si fa matrioska infinita e si spalanca osceno su nuovi paradigmi di infelicità.
Una nota a parte merita la lingua: colta, letteraria, arguta, moderna, spiazzante, brillante, disturbante. Un viaggio sulle montagne russe di una sintassi che si mette in palcoscenico e che, a sipario chiuso, non si può che applaudire in piedi. E sì, Francesca de Lena ha ragione: Lavinia Bianca è una femmina che sa scrivere. E che non ha paura di mostrarlo.
IL VINO
Da abbinare a questa lettura, un Orange wine, ovvero un vino che non è quello che sembra. Gli Orange wine, infatti, sono ottenuti da uve a bacca a bianca, ma subiscono il processo di maturazione destinato ai vini rossi, dando vita a un gusto sapido e persistente, come la scrittura di Lavinia Bianca.
LE CITAZIONI

“Mi sono oggettificata per un tempo incalcolabile, affinché gli altri si interessassero a me senza chiedermi altro, che non avrei saputo corrispondere”.
“La prima cosa che mi viene in mente mentre scendo le scale – con a fianco mia madre raggiante di una luce nuova, alimentata dal mio malessere, dalla mia mancata autonomia e dal suo rinnovato ruolo di lume tutelare – è che abbiano scelto di stipare i matti in un sottoscala per timore, a ragion veduta, che possano lanciarsi di sotto”.
La vita potenziale, Lavinia Bianca, Feltrinelli editore, a cura di Sopra le righe.




