Libri in pillole

“Villa del seminario” di Sacha Naspini: la storia vera e dimenticata del campo di concentramento nella diocesi

Vorrei che questo romanzo fosse letto in tutte le scuole. Vorrei che questo romanzo raggiungesse un’ampissima platea di lettrici e lettori. Vorrei che questo romanzo fosse letto, studiato, imparato anche a memoria, assaporato dolorosamente e assorbito da una grande moltitudine di donne e di uomini. Perché dentro questo libro, costruito a partire da una storia realmente accaduta, c’è una grande parte di noi, della nostra storia, di quella nostra Italia che maledettamente fu, dell’Italia che necessariamente non deve mai più essere.

Villa del seminario rievoca i tragici eventi che si verificarono tra il 1943 e il 1944 vicino Grosseto, dove venne realizzato un campo di concentramento all’interno di una diocesi. No, non ho sbagliato a scrivere: esattamente all’interno di una diocesi, affittata dal vescovo Galeazzi a un gerarca fascista con l’obiettivo di trasformarla in un centro di detenzione degli ebrei, successivamente poi destinati ai lager di sterminio, tra cui Auschwitz.

Sacha Naspini, dunque, ci racconta questa storia dal sapore amaro, amarissimo, ma lo fa con una notevole abilità: perché malgrado sia un episodio oscuro, triste e doloroso, Naspini riesce a dargli colore, a trasformare una storia vergognosa in una storia di speranza, a dissipare le tenebre con cui il nazifascismo aveva avvolto l’Italia attraverso la luce di chi ha lottato per la propria vita, per la propria terra, per la propria libertà, per la propria patria, affinché fosse libera da ogni laccio, da ogni catena, da ogni dittatura, indipendente da ogni forma di controllo e di censura: i partigiani.

Ed ecco quindi che prende forma una storia straordinariamente bella, sofferta sì, ma straordinariamente potente: perché c’è l’amore, quello degli abitanti di questo piccolo borgo che non si arrendono neanche davanti agli orrori commessi dai nazifascisti; perché c’è la voglia di riscatto di chi non si dà per vinto davanti alle violenze e alle efferatezze, ma che anzi ne trae coraggio e forza, perché bisogna prima resistere, poi ribellarsi ai soprusi, alle ingiustizie, alla disumanizzazione sistematica dell’altro.

Villa del seminario è un romanzo duro da digerire, ma che ci ricorda che la storia è un insieme di scelte precise, di responsabilità, di silenzi colpevoli e di gesti coraggiosi. Naspini non assolve nessuno, ma nemmeno rinuncia alla possibilità di credere nell’essere umano: mostra il male per quello che è stato, senza attenuarlo, e allo stesso tempo illumina le crepe da cui, anche nei momenti più bui, può filtrare la dignità, la solidarietà e la resistenza di un popolo.

A mio avviso, questa è una lettura oggi necessaria, dato che viviamo in un tempo in cui la memoria viene spesso banalizzata, relativizzata o addirittura rimodulata da vuoti slogan che, purtroppo, sembrano sempre troppo efficaci, e il rischio di dimenticare, o peggio ancora giustificare, torna pericolosamente a farsi strada.

“Villa del seminario” di Sacha Naspini, edizioni E/O.

Alessandro Oricchio

Dottorando in studi politici Sapienza Università di Roma, speaker di Teleradiostereo, giornalista pubblicista iscritto all'Odg del Lazio. Amante dei libri, dei viaggi, del calcio, della lingua spagnola, del mare e della cacio e pepe.

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