Libri e Pensieri

“Volevo un tè al limone” di Fabio Macaluso: recensione del memoir sul disturbo bipolare proposto allo Strega 2026

Esiste una forma di sofferenza che, oltre al dolore, porta con sé qualcosa di ancor più frustrante: l’incomprensione, l’ombra di un disagio che traspare nello sguardo degli altri. Ancora oggi le malattie mentali continuano a essere circondate da stereotipi, pregiudizi e paure che spesso finiscono per isolare chi ne fa esperienza. In questo senso, “Volevo un tè al limone” di Fabio Macaluso si inserisce nel filone di una narrativa autobiografica che non cerca soltanto di raccontare una vicenda personale, ma prova a restituire dignità e complessità a una condizione di fragilità – quella della malattia mentale – troppo spesso ridotta a un’etichetta, e nascosta dietro una maschera di cordialità che cela distanza, diffidenza e, in definitiva, stigma.

Proposto da Daniele Rielli al Premio Strega 2026, “Volevo un tè al limone” di Fabio Macaluso è un originale memoir che racconta il senso di vuoto sperimentato negli abissi della depressione e le vertiginose impennate causate dagli eccessi di euforia, attraverso la voce sincera e consapevole di un uomo che convive con il disturbo bipolare.

L’autore è un manager affermato, un professionista di successo e un padre di famiglia, la cui esistenza viene progressivamente plasmata e stravolta da un disturbo bipolare che gli viene diagnosticato in età adulta. Una storia personale e familiare qui diviene una toccante testimonianza che va oltre la dimensione clinica della malattia – sebbene ne vengano delineati con profondità tratti e sfumature – ma dà forma a quell’esperienza sfuggente che si colloca tra la percezione di sé e lo sguardo degli altri, tra la lucidità e lo smarrimento, tra il desiderio di controllo e l’impossibilità di esercitarlo. Perché, come sostiene lo stesso Macaluso: “«Stai male quando stai bene», queste cinque parole racchiudono l’insidia del mio disturbo, sul quale non posso permettermi di abbassare la guardia”.

Una scrittura onesta che affronta un tema complesso senza rinunciare a un sano umorismo, senza cercare scorciatoie emotive, indulgere nell’autocommiserazione o trasformare la sofferenza in spettacolo. Al contrario, prende forma come un’ammirevole esposizione personale che porta alla luce i momenti più difficili dell’esistenza dell’autore: le fasi maniacali, le depressioni, la ricerca della terapia farmacologica, gli incontri con gli specialisti, i ricoveri, il confronto con le strutture di cura, l’esperienza dell’elettroshock, le incomprensioni familiari, le perdite relazionali e l’avvilente fatica di riconoscersi in una mente che sembra seguire logiche imprevedibili e sottrarsi a ogni tentativo di autocontrollo.

Un costante alternarsi di periodi up e down in cui Macaluso si dibatte tra devastanti crolli emotivi e periodi di sfrenata euforia e iperattività. Da questo tumultuoso saliscendi del tono dell’umore emerge il ritratto di una persona che lotta, giorno dopo giorno, per recuperare un equilibrio, riprendere in mano le redini della propria vita e conquistare uno spazio nel mondo esterno, senza mai nascondere le proprie fragilità, le ricadute e le inevitabili batoste.

“Siamo fatti di memoria: il nostro edificio è più solido se ci avvaliamo delle nostre fondamenta, adattandole o ricostruendole dopo ogni crisi. È così che scelgo di portare il mio bagaglio: alleggerendolo dei pesi superflui e coltivando, con gratitudine, quanto di buono la vita mi affida.”

Un libro che è un’opera di prevenzione, dove il bisogno di raccontare si eleva a punto di forza superando l’ambizione letteraria. Un’urgenza narrativa che ha il sapore dell’autoterapia, del desiderio di condivisione e dell’impegno civile e che, tra le righe, consegna un messaggio chiaro a chi sta soffrendo: il disturbo bipolare si può curare, a condizione di accettare l’aiuto di chi si ha accanto e, prima ancora, di accettare la malattia stessa. Perché il disagio mentale non cancella l’identità di una persona, ma ne diventa una delle molte componenti. La cura si configura così come un coraggioso atto di fiducia e di consapevolezza.

“Volevo un tè al limone” è un racconto sulla vulnerabilità umana e sulla possibilità di continuare a costruire la propria vita anche quando il terreno sotto i piedi sembra improvvisamente cedere. Una finestra autobiografica che invita a sostituire il giudizio con l’ascolto e il pregiudizio con la comprensione, ricordandoci che ogni persona è sempre più della sua diagnosi.

Una lettura autentica, personale e necessaria.

“Volevo un tè al limone” di Fabio Macaluso, edizioni Marsilio. Libri e Pensieri

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