“Le bambine non esistono” di Ukmina Manoori con Stèphanie Lebrun: vivere una vita da uomo per essere libera

Nelle nostre società occidentali le bambine crescono in un mondo nel quale l’infanzia è, per certi versi, rimpinzata di attenzioni, possibilità e strumenti pensati per accompagnarle alla scoperta di sé. Spesso, però, anche fino all’eccesso, con una sovrabbondanza di proposte nella quale la cura finisce per confondersi con il marketing e con la moda del momento: dai recenti rituali di skin care infantile all’educazione all’affettività, fino all’accesso sempre più precoce alla tecnologia con, talvolta, un iPhone già a dieci anni. Bambine alle quali viene detto, almeno in linea di principio, che possono essere ciò che desiderano, che imparano fin da piccole che la libertà di scegliere chi essere e quale strada percorrere è un loro legittimo diritto.
Il racconto di Ukmina Manoori ci conduce, invece, in una realtà a noi del tutto estranea, nella quale, per una bambina, la libertà può dipendere dall’essere riconosciuta come maschio.
“Ho scritto questo libro per dire la verità su di noi, donne afgane. E se oggi posso farlo è perché sono stata cresciuta come un uomo.”
Una testimonianza che accompagna il lettore nel cuore dell’Afghanistan, in alcune comunità pashtun profondamente legate a tradizioni patriarcali, dove la mancanza di un figlio maschio può essere vissuta come una forma di disonore per la famiglia. È proprio in questo contesto che nasce la pratica delle bacha posh: bambine educate come maschi, talvolta proprio per restituire alla famiglia quella presenza maschile ritenuta indispensabile, e alle quali vengono concesse libertà negate alle loro sorelle.
“Le bambine non esistono” è il risultato di tutte le conversazioni cominciate a Kabul, circa quindici anni fa, tra una bacha posh e la documentarista Stéfanie Lebrun. Un dialogo che nel tempo si è trasformato in una relazione significativa, fondata sull’ascolto e sulla fiducia, permettendo a Ukmina di affidare alla giornalista la propria storia e a quest’ultima di raccoglierla e restituirla attraverso un lavoro di narrazione e trascrizione.
Da questo incontro prende forma la storia di Ukmina Manoori, nata in una comunità pashtun dove alle bambine sono negate molte delle libertà riservate ai maschi: uscire da sole, andare a scuola, lavorare, persino giocare o parlare con gli uomini del villaggio.
Undicesima figlia dopo sette femmine e tre maschi morti in fasce, Ukmina viene quindi cresciuta dai genitori come una bacha posh, letteralmente una bambina vestita da maschio: una pratica diffusa in Afghanistan, dove la nascita di una figlia può ancora essere vissuta, in alcune famiglie, come una sciagura.

“Lo decidono i genitori alla nascita: basta la loro volontà e la figlia cambia aspetto, nome, identità. Diventa agli occhi di tutti il figlio maschio della famiglia.”
Così, le bambine, fino alla pubertà, vengono cresciute ed educate come maschi e possono essere libere di giocare con chi vogliono, di spostarsi, di studiare, di imparare a guidare la macchina e a imbracciare un’arma.
Poi, prossime all’adolescenza, sono chiamate a ricongiungersi con il proprio sesso di appartenenza e con gli usi e le privazioni a esso legati; i bacha posh si devono scoprire ora come femmine, come donne, e impegnarsi nei lavori domestici, a mettersi lo smalto, a pensare al matrimonio, a chiudersi in casa e a nascondersi sotto il velo. Devono rinunciare a tutta la libertà di cui avevano goduto fino al giorno prima.
E quando arriva il momento di tornare a vivere come donna, Ukmina si rifiuta di farlo, sfidando la propria gente, il padre e le autorità religiose, perché sa che solo rimanendo uomo – libero e con diritto di parola – può aiutare le donne affinché non debbano più nascondersi per esistere.
“Ho assaporato la libertà degli uomini, ho visto le ragazze della mia età scomparire dalle strade e diventare invisibili. Per me non è più possibile tornare indietro. È troppo tardi.”
Rimane così fedele alla propria identità maschile anche durante gli anni della guerra contro i sovietici e, in seguito, sotto il regime talebano arrivando, con il ritorno della democrazia, a intraprendere una lunga attività politica in difesa dei diritti delle donne afgane.
Una rischiosa battaglia militare e politica che la conduce da Kabul fino alla Casa Bianca, dove diventa la voce delle donne afgane e il simbolo della lotta per i loro diritti.
“Gli uomini sono coraggiosi e forti, a volte ingiusti e spesso crudeli. Le donne hanno il cuore tenero, non possono essere come loro. Io invece posso essere crudele, quando Satana si impadronisce di me! Non ho ucciso nessuno, ma posso picchiare. Perciò direi che tutto dipende dal tuo cuore e non dai tuoi vestiti.”
Questo è un libro che ci catapulta in un mondo a noi concettualmente molto lontano e ci porta a guardare l’infanzia da una prospettiva radicalmente diversa, interrogandoci sul valore della libertà individuale e dell’uguaglianza.
“Le bambine non esistono” denuncia la condizione di invisibilità e di assoggettamento delle bambine e delle donne afgane e, al contempo, testimonia la presenza di queste altre straordinarie e coraggiose anime che “hanno assunto l’aspetto di un uomo per lottare con più forza per i diritti delle donne.”
Una lettura autentica che nasce da un incontro umano prima ancora che letterario e restituisce, attraverso la voce di Ukmina e l’ascolto di Stéfanie Lebrun, tutta la forza di una storia capace di interrogare il nostro modo di intendere l’identità e il diritto di essere se stessi.
“Le bambine non esistono” di Ukmina Manoori con Stèphanie Lebrun, edizioni Libreria Pienogiorno. Libri e Pensieri



