“La figlia oscura” di Elena Ferrante: la maternità è questione di sottrazioni
“Quante cose si fanno e si dicono ai bambini nel segreto delle case.”

La maternità è sempre stata una questione di sottrazioni, naturali e inevitabili, che richiamano una risposta personale di indulgenza, attesa e accettazione. La maternità non sopraggiunge dall’alto o da basso a donare uno spirito sacrificale – quello, semmai, si possiede o non si possiede – perché niente germoglia dal nulla, né si fortifica con la nascita di un figlio. L’amore filiale è una cosa e l’identità personale è un’altra, e non sempre i due aspetti si ritrovano a braccetto. Anzi, spesso – oggi forse anche più di ieri – questi si possono respingere e contrapporre in un testa a testa che può portare a dolorose esclusioni.
“Quante cose si fanno e si dicono ai bambini nel segreto delle case.”
Con una scrittura priva di false premesse e di buone speranze, Elena Ferrante racconta una plausibile esperienza familiare attraverso lo sguardo tormentato di una donna che si trova a fare i conti con se stessa, gli strascichi della sua infanzia e il suo essere madre.

Leda è una professoressa universitaria divorziata che, giunta alla soglia dei suoi quarant’anni, parte per una vacanza al mare dopo che le sue due figlie, ormai adulte, l’hanno lasciata per andare a vivere con il padre in Canada. Su una spiaggia del sud Italia incontra Nina, una fresca e giovane madre in compagnia della sua bambina e di altri familiari. Come una silenziosa spettatrice, Leda osserva questo quadretto ricco di scene tenere e meno piacevoli, e in lei riaffiorano dispositive non ancora del tutto sbiadite del suo trascorso di madre: scelte impulsive, sbagliate ma al contempo necessarie, sentimenti ambivalenti, pensieri che, per certe etichette, una madre non dovrebbe mai avere, reazioni di stizza, fastidi, rancori e risentimenti che hanno qualificato il suo ruolo di madre e la relazione con le sue figlie.
In questo densissimo groviglio di nervi, inermi consapevolezze e flebili rassegnazioni, la spiaggia diviene il teatro del profondo dramma di Leda, da sempre scissa tra l’amore per le sue bambine e il suo spirito di affermazione e di indipendenza. Attraverso una trama intrecciata da flashback questa donna ripercorre i nodi inscioglibili della sua condotta di madre, e la presenza di una bambola diviene il simbolo inquietante delle parti più buie e indicibili del legame materno, nonché delle stanze più segrete dell’infanzia.
“Le cose più difficili da raccontare sono quelle che noi stessi non riusciamo a capire.”
Con “La figlia oscura” Elena Ferrante consegna uno dei suoi scritti più intensi e scomodi. Un piccolo e potente romanzo sull’ambivalenza materna in cui l’autrice esplora le ombre dell’amore filiale sprofondando nei suoi punti più ciechi.
Caricato da una prosa che sa spezzare il fiato, “La figlia oscura” è una lettura oggi più che mai necessaria e, per certi versi, salvifica che riflette su un modello di genitorialità contemporaneo soppesando nostalgiche, ma non meno dolenti e catastrofiche, dinamiche del passato.
Una storia che più di fragilità genitoriale fa meditare su una dimensione di privata spazialità e sulla reale disponibilità (questione intima e individuale) a riarredare, rinunciare o a sospendere parte di essa. Un libro carico di una tensione introspettiva e di una profondità psicologica che segnano e restano addosso per giorni e giorni.
Introspettivo, materno e claustrofobico.
“Che stupidaggine pensare di potersi raccontare ai bambini prima che compiano almeno cinquant’anni. Pretendere di essere vista da loro come una persona e non come una funzione. Dire: io sono la vostra storia, voi cominciate da me, ascoltatemi, potrebbe servirvi.”
“La figlia oscura” di Elena Ferrante, edizioni E/O. Libri e Pensieri



