“Delitto e castigo” di Fëdor Dostoevskij: alle origini del noir psicologico

Ambientato nella San Pietroburgo della seconda metà dell’Ottocento, “Delitto e castigo” segue la vicenda di Rodion Raskol’nikov, uno studente universitario, povero e malato, che abbandona gli studi perché si sente oppresso dalla miseria. Vive in una città segnata da profonde disuguaglianze sociali, indigenza e condizioni di vita difficili, isolato dal mondo e sempre più immerso nelle proprie riflessioni. Le sue difficoltà economiche e il suo tormento interiore lo conducono a maturare idee radicali sulla società, sulla morale e sul valore della vita umana. Da qui prende avvio una storia in cui il delitto diventa il punto di partenza per un intenso confronto con la coscienza, la colpa e le conseguenze delle proprie scelte.
Scritto in pieno Ottocento, “Delitto e castigo” anticipa un meccanismo di stampo crime sorprendentemente affine a quello della narrativa contemporanea.
Dostoevskij sembra gettare i semi di ciò che oggi potremmo etichettare come un noir, e per certi aspetti anche un crime, muovendosi in una doppia direzione: da una parte racconta il ripiegamento interiore che affligge la personalità del protagonista, e che caratterizza l’intera narrazione; dall’altra esprime con la medesima angosciante pressione la sua relazione con il mondo esterno. Tensioni strazianti che via via logorano l’equilibrio mentale di questo personaggio.
Una delirante autoreferenzialità da cui si sviluppa un primitivo approccio investigativo che ispeziona l’abisso delle deliranti elucubrazioni di Raskol’nikov e la società che lo circonda.
È proprio in questa duplice prospettiva che si coglie tutta l’innovazione di questo grande classico: Dostoevskij non racconta soltanto un delitto, ma indaga il delitto, la colpa e la coscienza come fenomeni intrinsecamente psicologici e culturali. Il risultato dà l’effetto di un noir chiuso, intimista, completamente canalizzato nel mondo interiore del protagonista. Un romanzo in cui la componente del crimine, del delitto, diviene per Raskol’nikov l’unica prospettiva possibile da cui continuare a guardarsi per cercare di comprendere cosa sta accadendo intorno a lui.

“All’inizio (già molto tempo prima) l’aveva interessato una domanda: perché quasi tutti i delitti vengono alla luce e si scoprono così facilmente, e quasi tutti i delinquenti lasciano tracce così evidenti? A poco a poco era arrivato a svariate e curiose conclusioni e, secondo lui, il motivo principale non stava tanto nell’impossibilità materiale di nascondere il proprio delitto, quanto nel delinquente stesso: il delinquente stesso infatti, quasi sempre, nel momento del delitto subisce una sorta di eclissi della volontà e della ragione, sostituite, addirittura, da una fenomenale superficialità infantile, e proprio nel momento in cui sarebbero più necessarie razionalità e prudenza. Raskol’nikov ne era convinto: questa eclissi della ragione e questa paralisi della volontà colpiscono l’uomo come una malattia, si sviluppano gradualmente e raggiungono il culmine poco prima che venga commesso il delitto; continuano ad agire nel momento stesso del delitto e ancora per qualche tempo dopo, a seconda dell’individuo; quindi passano, così come passa qualsiasi malattia. Ma è la malattia che genera il delitto, oppure è il delitto stesso che, quasi per sua natura, è sempre accompagnato da qualcosa di simile alla malattia? A questa domanda non si sentiva ancora in grado di rispondere.”
Un focus psicologico davvero intenso e spiazzante che anticipa temi e dispositivi narrativi che caratterizzeranno gran parte della letteratura del Novecento e di quella contemporanea.
La specificità ottocentesca di quest’opera si avverte soprattutto nella parte centrale del romanzo, dove una certa prolissità narrativa – più distante dai ritmi attuali – appare pienamente coerente con i modelli letterari del periodo.
Forse mai come in “Delitto e castigo” Dostoevskij mostra la profondità delle proprie ombre e le fa vivere attraverso acute analisi introspettive, filosofiche, politiche e sociali. La San Pietroburgo del romanzo, infatti, diventa molto più di uno sfondo: è uno spazio umano soffocante segnato da miseria, penosi disagi individuali – anime disperate – e da tutte le contraddizioni di una società in trasformazione.
Un libro ottocentesco che, ancora oggi, sembra parlare la lingua del nostro tempo e che dimostra una sorprendente capacità di interrogare il lettore attraverso il rapporto tra crimine, coscienza e responsabilità. Senza tralasciare un finale che recupera con ardore l’immaginario e la sensibilità letteraria delle sue origini.
Un’opera che rivela la propria grandezza proprio attraverso questa straordinaria modernità.
Una lettura innovativa, filosofica e introspettiva.
“Delitto e castigo” di Fëdor Dostoevskij, edizioni Einaudi. Libri e Pensieri



