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Recensione: “Alla riscossa stupidi” di Fabio Zuffanti: quando la musica salva un’infanzia

C’è un momento, leggendo Alla riscossa stupidi, in cui si si ha l’impressione di essere seduti di fronte all’autore, un calice di vino sul tavolo, la luce bassa, e lui che parla piano, con la sincerità che si riserva solo agli amici. Il tono di Fabio Zuffanti è colloquiale e intimo al tempo stesso, mai compiaciuto, mai ostentato. È il tono di chi ha aspettato a lungo prima di trovare le parole giuste per raccontare una ferita.

Il romanzo è diviso in due parti che abbracciano la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, un decennio di cerniera nell’Italia che cambiava pelle. Lo smog, l’ombra del terrorismo, gli scioperi, l’eroina che comincia a mietere vittime, la crisi delle famiglie operaie, la depressione, il silenzio. Chi conosce quegli anni, ma anche chi li ha solo sfiorati da bambino, si ritroverà a ricordare per riflesso dove e come li ha vissuti a sua volta, come se il racconto di Fabbio funzionasse da specchio per una memoria collettiva che credevamo di aver riposto in soffitta.

Fabbio è un protagonista definito, ma è anche una generazione intera

Gli episodi che Zuffanti racconta appartengono a tutti quelli che sono cresciuti in quegli anni: i cartoni animati alla televisione del pomeriggio, i robot giapponesi, le prime sigle che ti si conficcano in testa, le comitive di amici che si formano e si sfaldano, le prime pulsioni confuse e imbarazzanti, le estati al mare con la famiglia. Leggendo, ci si sorprende a riconoscere gli stati d’animo, la sensazione di essere al tempo stesso dentro e fuori dal mondo, di capire tutto e non capire niente.

Al centro di tutto c’è un bambino fragile, esattamente come l’età che vive. Fabbio sente il peso delle aspettative dei genitori e porta dentro di sé la volontà di essere ciò che loro vorrebbero, di non deluderli. Ma il suo sentire è diverso, e quella differenza lo rende vulnerabile e autentico allo stesso tempo. Zuffanti non giudica il bambino che era, né lo assolve con facilità: lo guarda con tenerezza e onestà.

Il bullismo che Fabbio subisce per mano di Vincenzo, compagno di scuola, figura inquieta e crudele, è vissuto come qualcosa di normale, come una componente quasi naturale della crescita. Gli adulti intorno non vedono, o fingono di non vedere; al massimo, quando lo scoprono, ti dicono di reagire, come se fosse semplice, come se il coraggio si potesse tirare fuori dal cassetto. Quella mancanza di parole degli adulti per nominare e fermare il sopruso è forse la cosa più dolorosa di tutto il romanzo, e la più attuale.

Ma Alla riscossa stupidi non è un libro cupo

La musica accompagna ogni scena come un personaggio silenzioso, e il lettore la sente davvero, quasi fisicamente, scorrere tra le righe. Poi arriva Franco Battiato, e tutto cambia. L’incontro con la sua musica è una fenditura nella realtà, un interruttore che scatta nella testa del protagonista. Una certezza nuova, piantata come un chiodo: potevo scegliere. È la chiave di volta del romanzo, il momento in cui il racconto di formazione trova il suo centro di gravità, e Fabbio smette di essere solo una vittima del proprio tempo per diventare, timidamente, il protagonista della propria storia.

Una storia di riscatto emotivo, di resilienza, di musica come ancora. E un messaggio potente: anche dalle ferite si può rinascere.

Alla riscossa stupidi” di Fabio Zuffanti_ Ugo Mursia Editore _ Recensione a cura di Morena Di Giulio.

Morena Di Giulio

Morena Di Giulio è giornalista pubblicista iscritta all'Ordine del Lazio, blogger e beta reader. Dal 2022 è Redattrice di The Book Advisor, portale dedicato ai libri e alla lettura, dove gestisce la rubrica "Lib(e)ri di Leggere" Scrivimi a [email protected]

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