Le storie hanno un senso quando la memoria non le perde. Raccontarle, cercarle, non è da tutti. Continuare il filo delle parole interrotte o messe a tacere appartiene a chi recupera respiri, battiti, volontà inespresse. Le storie sono fuoco e acqua. Alimentano la curiosità, le fantasie, e spengono l’euforia quando tacciano ciò che si vorrebbe sentire. Esse ci appartengono, anche quelle che sono lontane dal nostro vissuto.

In Lo chiamavano Alpe Madre di Loris Giuriatti fai parte di una storia che ha segnato la vita e la morte di uomini mandati al fronte per interessi personali di pochi e per alto tradimento verso la monarchia asburgica. Il Monte Grappa è stato uno degli scenari della Prima Guerra Mondiale in cui lo scontro tra italiani e austriaci fu cruento. Su quelle montagne non si era soltanto nemici, prima di ogni cosa si era uomini spaventati che si armavano di coraggio per difendere se stessi e la loro Patria. La loro storia non è finita con la guerra. Sul Monte Grappa qualcuno, che ha deciso di stabilirsi lì definitivamente abbandonando la città per la montagna, è sulle tracce di una storia legata ad un mistero che parte da una firma nascosta su diverse cartoline.
Bellissimo il romanzo. La narrazione è fluida, non conosce punti di stallo. Il lettore vede tutta la bellezza della montagna, sente la consistenza della neve, assorbe la solidarietà di chi vive nei rifugi. Si fa vento e acqua, bianco e notte fonda. Diventa anche le parole taciute e quelle conservate per raccontare quello che non si può mettere a tacere.
“Lo chiamavano Alpe Madre” di Loris Giuriatti, edizioni Rizzoli. Dream Book.




