“L’incartatrice di arance” di Barbara Bellomo: una storia di fame e di speranza

La povertà ha sempre fame, di tutto, anche del riscatto. Le idee chiare sono un buon punto di partenza e l’ostinazione nel metterle in pratica serve da contraccolpo per gli eventuali rischi, che non si fanno mai attendere. Quando è lo stomaco a parlarti diventi grande nella disperazione. Ti inselvatichisci buttando alle ortiche la gentilezza che hai come dono perché racconta un’altra storia. A che servono le parole se non riempiono la pancia quando la miseria è tanta.
Certo, le conservi, ne impari di nuove. Sono l’urlo del dispetto della disgrazia. Il destino ti è avverso, almeno è questo quello che vedi nelle giornate sempre di magra e fiacche di buone nuove. Andare avanti è l’unica cosa che resta da fare. Cerchi lo spunto per evitare di rimanere schiacciato dalla miseria, ti dai una mossa chiedendo a chiunque un posto di lavoro, qualunque cosa onesta pur di non patire ulteriormente la fame. Lo trovi, ma i conti non tornano mai specie quando perdi e ti tolgono la vita nell’animo e nello sguardo. I prepotenti sono sempre a caccia di prede, con la violenza si prendono tutto quello che vogliono, tranne la dignità. Da questa nasce la forza per risollevarti, per affrontare i giorni senza alcuno spavento. La paura, vissuta nelle sue forme più terribili, si esaurisce nella perdita di ogni cosa, pure della vita stessa. Se non hai più nulla, ti è stato tolto tutto, vivere è come camminare da morto. Non ti importa niente, solo andare avanti per mettere a fuoco il tuo riscatto.
In L’incartatrice di arance di Barbara Bellomo, edito da Garzanti, conosci una storia di fame e di speranza. Catania, 1906. Rosetta ha sedici anni e lavora al mercato dall’alba al tramonta. I suoi sogni li tiene per sé, li confida solo a Michele, un contadino di cui si innamora. È lui a raccontarle di una nuova varietà di arance che si conserva più a lungo se avvolta nella carta oleata. Rosetta incontra Concetta Campione, donna forte e determinata, proprietaria di una tipografia dove lavorano solo donne. Dopo la sciagura è capitata in casa, la ragazza trova posto dalla Campione. Ne resta incantata, soprattutto da una macchina in grado di stampare immagini su una velina simile a quella che avvolge gli agrumi. Immagina di poter fare tante cose con quella magia e di cambiare la sua vita. Ma il destino spesso è un avversario imprevedibile. Una notte succede l’indicibile e cambia tutto.
Il romanzo è incantevole. La narrazione è forte nel racconto di esistenze che arrancano tra le macerie della povertà. I personaggi, realmente esistiti, e le figure inventate sono il caposaldo di una storia che emoziona per scrittura e significati. La prosa è reale, pura, vera. Il lettore si sente saccheggiato nell’anima perché ogni cosa viene spazzata via per lasciare sentimenti che precipitano nella rabbia e che sconfinano nei sogni. È brava, Barbara Bellomo. È un’incantatrice della scrittura. Le sue parole sono lava e meraviglia.
“L’incartatrice di arance” di Barbara Bellomo, edizioni Garzanti.




