“Il figlio ostinato” di Elisabetta Liguori: la voce di un Salento che ancora non è stato raccontato

Fa male il silenzio. Quello dei padri è anche peggio. Guasta le ore, fomenta la curiosità, ingigantisce i dubbi. Crea storie alternative nella mente dei figli che vorrebbero conoscere la verità sul veto imposto con tanta veemenza dai padri su certe questioni. Il silenzio allontana. E se la distanza è dettata dal talento o dal rifiuto di esso, allora l’ostinazione di tacere diventa una seccatura quando sono richieste risposte precise.
Sottrarsi alla ragnatela di responsabilità, al comandamento di parole necessarie, al destino che ti sei scelto, non è possibile quando il talento ti dice con chiarezza cosa fare. Ascolti ciò che senti, quello che il talento ti racconta con i suoi sviluppi, successi o regressioni. Ma è la voce del padre che cerchi e che aspetti. Da lui hai ereditato quel talento, preciso, e solo lui può capirti, specie quando ti ignora. Gli anni, la distanza, il silenzio, non ti rendono molto diverso dal padre tuo. Tra sangue del proprio sangue, il silenzio è cattivo. Misura colpe. Si tace per ammetterle, per salvare i figli in modo disarmonico dall’abisso dalla dannazione che il talento stesso può portare quando la voce è troppo forte e insufficiente per essere arte.
In Il figlio ostinato di Elisabetta Liguori entri in un impasto di rabbia, silenzio e destino che agita la vita di un padre e di suo figlio. Salento, 1892. Aniello Visconti, quando diventa maggiorenne, lascia Specchia per inseguire il suo sogno: diventare musicista. Suo padre Alfredo, direttore d’orchestra, per lui vuole un’altra strada, un lavoro più sicuro e gli proibisce di suonare. Teme che possa risvegliarsi quella che per lui è una segreta maledizione di famiglia. Così Aniello, che ha un talento che desidera assecondare e sviluppare, raggiunge Napoli determinato a frequentare il prestigioso conservatorio della città. La musica per lui è come un veleno, benedizione e dannazione insieme. Anni dopo, Aniello torna a Specchia come maestro di musica. La guerra e l’ascesa del fascismo destabilizzano la sua famiglia, già schiacciata da dubbi, litigi e contrasti. Aniello vede in sé stesso il padre, che non ha mai capito e nemmeno tollerato, anche se per lui ha avuto una grandissima attenzione. Padre e figlio si somigliano e non lo sanno.
Il romanzo è emotivo. La narrazione è sospesa tra talento, silenzio e speranza di comprendersi, di parlare. Nella storia si insinua anche la superstizione che ha bruciato molte menti sino a spegnere la verità. La scrittura è appassionata, vera, sentita. È brace ardente.
“Il figlio ostinato” di Elisabetta Liguori, edizioni Piemme.




