“I sopravviventi” di Girolamo Grammatico: vite da senzatetto
Cronache della marginalità

Se si perde la casa si perde la civiltà, o meglio, la possibilità di essere cittadini a pieno titolo, così come quella di abitare sia gli spazi attivi della vita urbana che quelli più intimi delle mura domestiche. Per esclusione, non resta che la strada come unico luogo possibile, attraversato dal suo vastissimo popolo. Ed è così che il cancello, le chiavi, la casa, la strada e un banale specchio in cui riflettersi nei momenti di intimità diventano simboli fondamentali di appartenenza, costruttori di identità personale e sociale, nonché elementi che delimitano precisi confini, possibilità e libertà.
“Ho lavorato con le persone senza fissa dimora per circa diciassette anni. Le storie che racconto sono vere, nel senso che si sono svolte nella trama della mia vita. Sono esperienze che ho vissuto, sentimenti che ho provato, persone che ho incontrato.”
Con quest’opera Girolamo Grammatico firma il suo primo romanzo, una testimonianza autobiografica della sua gioventù, in parte vissuta come obiettore di coscienza e poi come operatore in un centro di accoglienza notturna per persone senza fissa dimora all’interno della stazione di Roma Termini.
L’autore ha lavorato per molti anni al fianco dei senzatetto, sostenendo le fragilità della strada e svolgendo attività di supporto per garantire i servizi offerti dalla struttura: un posto letto pulito e sicuro, un pasto caldo, la possibilità di farsi una doccia e di avere vestiti puliti. Beni essenziali che diventano quasi un lusso per chi vive in strada e finisce per abituarsi alla puzza e alla sporcizia della povertà. In questo libro sono raccolte le memorie di quegli anni, delle persone incontrate e delle loro storie di amore, perdita e consolazione.
“Il mio primo morto l’ho visto a ventidue anni. Non ho visto il cadavere, ma qualcosa che potremmo definire «un morire». La vita è letteralmente fuggita da un corpo incapace di accoglierla.
C’era quest’uomo seduto a terra. Dava continue testate al cancello, come se una mano invisibile gli avesse afferrato il collo e lo sbattesse ripetutamente contro il metallo.
Il rumore era scandito con una precisione quasi artificiale: il metronomo della morte. E io lì, a fissarlo, in attesa dell’ambulanza.”

Così Grammatico apre il suo romanzo, con la storia di Condorelli, un uomo che aveva perso tutto a seguito di un grave incidente che lo aveva reso disabile e, di conseguenza, non più idoneo al lavoro e né a una semplice conversazione. L’ennesimo “scemo del villaggio” tra molti altri ospiti del centro di accoglienza, che formavano una piccola comunità di emarginati, ciascuno con i propri linguaggi, bisogni e fragilità e che, insieme agli altri, riempivano l’ostello e lo animavano con i loro corpi, i loro fardelli e le loro ferite.
A questa vicenda se ne aggiungono molte altre: un susseguirsi di racconti e tristi episodi dal comune epilogo – la perdita del lavoro, della famiglia e della casa – e l’inizio di una nuova vita come senzatetto. Sequenze di dolore e fatica segnano sia gli ospiti sia gli operatori chiamati a sorvegliare e gestire le dinamiche del centro: come contenere e prevenire le risse all’interno della struttura? Come mettere d’accordo una massa di uomini e donne ridotte alla più completa miseria senza sprofondare nel caos più totale? Come far rispettare, all’apertura dei cancelli, una fila di oltre duecento persone, quando tutti sono alla disperata ricerca di un pasto? Ogni giorno si consumava una vera e propria “guerra tra poveri”, in cui si doveva correre per assicurarsi un letto sicuro dove trascorrere la notte.
Molti ricordi nascono da queste situazioni: personaggi bizzarri e disperati che hanno segnato l’esperienza di Grammatico e lo hanno portato a confrontarsi con i temi della perdita, della malattia, dell’emergenza sociale e con il tipo di risposta che la nostra società è in grado di offrire.
“I senza dimora non hanno le chiavi di casa, le chiavi della macchina, le chiavi del loro destino, non hanno le chiavi di nulla. E noi, che siamo pagati per aiutarli durante il nostro turno di lavoro? Noi chi siamo? La cura o il problema?”
Una lettura piena di vita reale, di tragedia, di odori insopportabili e di miseria, che concede ampi spazi di riflessione, anche religiosa, sul senso dell’aiuto e sulla condizione esistenziale delle persone senza dimora.
I contenuti di queste pagine fanno infatti affiorare dubbi, pensieri e interrogativi che prima probabilmente il lettore non si era mai posto.
Perché la società ha scelto il termine “senza dimora” per indicare questa particolare categoria di persone?
“Perché è costume definire una persona per ciò che possiede, la casa, e non per ciò che è. Quindi, io che non sono laureato, sono un «senza laurea». Io che in quel periodo ero l’unico senza patente, ero un «senza patente» […]. Per dimora si intende un luogo stabile, personale, riservato e intimo, nel quale ognuno di noi può esprimersi liberamente. Un luogo sicuro, ma soprattutto un luogo fatto di relazioni. […] I senza dimora hanno tutti i legami recisi da una serie inesorabile di eventi catastrofici”, spiega Grammatico.
Qual è il prezzo che una persona senza dimora deve scontare in una società ossessionata dalla casa, e che su di essa continua a costruire forme di investimento e reddito, innalzando sempre più l’asticella del livello medio di benessere collettivo? Lo scotto è la sua antitesi, il suo esatto opposto: la strada, il luogo del movimento che, per sua natura, non è pensato per una sosta permanente. A tal proposito l’autore cita le moderne pratiche urbanistiche di architettura anti-homeless, volte a rendere piazze e viali delle nostre città particolarmente inospitali per chi desidera fermarsi a riposare o bivaccare.
Mentre si legge questo libro potrebbe tornare in mente la trasmissione televisiva del 2003 condotta da Marco Berry, “Invisibili”: anche in quel caso si ripercorrevano le storie drammatiche di persone che avevano perso tutto e si erano ritrovate a vivere per strada. Racconti analoghi e volti segnati dalla povertà estrema, di chi non ha più nulla, nemmeno il diritto di voto, poiché chi non ha una casa non dispone più di una residenza, di un domicilio o di un indirizzo di riferimento e, di conseguenza, l’esercizio del voto diventa difficile.
Nella “dimora” della povertà tutte le differenze coesistono e la distinzione si dissolve nell’uguaglianza.
Qual è la differenza tra un senzatetto psicotico e delirante e un senzatetto extracomunitario? Qual è la differenza tra una prostituta senzatetto e un alcolista senzatetto? Qual è la differenza tra un senzatetto uomo e una senzatetto donna? Tra un giovane e un anziano? Tra un inglese e un arabo? In ciascun caso, nessuna. Nella strada tutti sono ugualmente emarginati.
Questo libro, sin dal suo incipit, cattura l’attenzione del lettore e si legge con crescente interesse; è una lettura informativa dall’intrinseco valore formativo che avvicina a un universo estremamente difficile, in cui non si è né vivi né morti, ma sospesi in una costante condizione di sopravvivenza.
“I senza dimora sono sopravviventi. Sopravvivono alla miseria. Non sono morti e non sono vivi. Hanno il necessario, quando ce l’hanno, eppure, senza il superfluo, non sono pienamente vivi. E noi, che siamo pagati per aiutarli durante il nostro turno di lavoro? Noi chi siamo? La cura o il problema? Ogni giorno in ostello suona qualcuno per un posto letto. Ogni giorno sono sempre di più le persone disperate che si attaccano a quel citofono.”
Senza dubbio un’esperienza toccante, riflessiva e autentica.
“I sopravviventi” di Girolamo Grammatico, edizioni Einaudi. Libri e Pensieri



