Libri e Pensieri

“I convitati di pietra” di Michele Mari: lo Strega 2026 rievoca il mito della morte a tavola

Vincitore del Premio Strega 2026, il nuovo romanzo di Michele Mari prende il titolo da una delle immagini più celebri della letteratura europea: il convitato di pietra, figura nata con l’opera teatrale “El burlador de Sevilla y convidado de piedra”, scritta da Tirso de Molina intorno al 1630. Da questo testo ha origine il mito di Don Giovanni che, successivamente, ha ispirato autori come Molière e Mozart.

Nella commedia il convitato di pietra (la statua del Commendatore, ucciso dal libertino Don Giovanni mentre cercava di salvare l’onore di sua figlia) incarna la morte e la giustizia che irrompono nel mondo dei vivi, nonché il destino che torna a presentare il conto delle azioni commesse. È proprio questo potente valore simbolico che il titolo del romanzo richiama fin dalle prime pagine. I punti di contatto tra queste produzioni letterarie sono evidenti: in tutte, i convitati di pietra diventano la chiave per riflettere sul rapporto dell’uomo con la morte e la moralità. Emerge inoltre il tema della sfida, incarnato da quell’atteggiamento borioso, ludico e talvolta tracotante con cui alcuni personaggi cercano di misurarsi con ciò che, per definizione, non può essere sconfitto. Anche nel romanzo di Mari, la morte – o la ricerca di essa – si siede idealmente a tavola, costringendo i protagonisti a confrontarsi con la propria finitezza.

L’idea accattivante dell’autore prende forma con una riffa nata per cinica goliardia dai compagni di classe della III A del liceo classico Berchet di Milano che, dopo la Maturità, decidono di impegnarsi in un patto che li terrà legati fino alla fine dei loro giorni. L’accordo prevede che, da quella sera, ogni anno avrebbero replicato quella memorabile cena e ogni convitato avrebbe versato una quota che, investita nel corso dei decenni, avrebbe generato una vera e propria fortuna destinata agli ultimi tre rimasti in vita. Da quella fatidica data ha così inizio il susseguirsi degli eventi e dei pensieri che condizionano le esistenze di questi stravaganti personaggi, attanagliati – chi più, chi meno – da passioni, dissapori e risentimenti. Ognuno comincia a fare i conti in tasca agli altri e le ipotesi diagnostiche prendono il sopravvento, dando avvio al countdown decisivo che vede l’annuale spunta delle nuove sciagure sanitarie, dei decessi improvvisi e delle misteriose scomparse.

“Il tempo della scuola è l’unico che, nella nostra memoria, resta immobile per sempre.”

Il clima generale è quasi claustrofobico e centripeto, sebbene le copiose digressioni tendano a distrarre il lettore e ad appesantire il ritmo della narrazione. Ma arginate queste, tutto continua a girare intorno al pensiero di questa fortuna che, anniversario dopo anniversario, cresce sempre più, e alla possibilità della morte che qui – con battute lucide e irridenti – diviene esplicitamente un «augurio per te, sciagura per me». Prende dunque forma una sfida lanciata alla Nera Signora, una spietata roulette russa che apre una subdola competizione riempiendo righe e capoversi di ambizioni, sogni, speranze e di machiavelliche elucubrazioni sullo stato di salute di tutti gli ex compagni.

“Vincolandosi a quel disegno, si erano messi nella condizione di non poter più pensare alla morte in sé, alla morte in assoluto, né tantomeno alla propria, con quanto di struggente e di drammatico e di alto questo pensiero comporta, ma solo alla morte in relazione agli altri, in un contesto relativo e agonistico che privava il fatal trapasso della sua terribile sublimità per farne una questione meschina e dispettosa, all’insegna di un flagrante e riprovevole cattivo gusto.”

Chi sarà il prossimo a uscire dal gioco? Chi ha più disturbi e patologie? Il viso più consunto o l’animo più piegato? Questi sono i lambiccamenti che vorticano nella testa dei commensali nella consueta rimpatriata annuale. Interrogativi che scorrono veloci e si leggono negli sguardi dei protagonisti che cercano sintomi e avvisaglie per fare il punto della situazione: depennare dalla lista – per certi versi anche fantozziana – gli assenti e valutare le condizioni dei presenti. L’autore si immerge nel più nero cinismo con un umorismo tragicomico che sa di surreale.

Una corsa disperata alla beffarda sopravvivenza diventa il pretesto per delineare profili umani grotteschi, avidi e sentimentalmente fragili che, funerale dopo funerale e acciacco dopo acciacco, approdano sull’isola della vecchiaia dove, stanchi e sicuramente più vissuti, si ritrovano a riflettere sul tempo, sui legami, sulla vita e la sua tanto evocata controparte.

La sensazione è quella di partecipazione a una interminabile veglia funebre in cui, per forma e necessità, ci si culla nel dolore scrutando i volti dei familiari che si stringono nel pianto, mentre un pensierino scivola anche sulla rendita ereditata e sulla prossima successione dei beni.

Sulla scrittura di Michele Mari c’è poco da aggiungere: è quella di un autore di mestiere, maturo, pienamente consapevole dei propri mezzi e con una vasta cultura letteraria. L’idea, come molti hanno osservato, è davvero molto promettente e il libro si apre molto bene ma, dopo poco, tende a perdere slancio e si arena come mero esercizio di stile. La sua cifra stilistica resta comunque inconfondibile, arricchita anche da un fitto intreccio di riferimenti letterari e cinematografici. Tra questi spiccano i fumetti e l’omaggio a Gene Hackman, al quale Mari ha dedicato un personale monumento letterario. Il perché sarebbe interessante chiederglielo.
Insomma, pur essendo un romanzo breve, risulta estremamente denso e sostenuto da una penna virtuosa che sembra ambire a una dimensione quasi aulica. Anche la scelta di rinunciare alla suddivisione in capitoli – coerente con la natura anticonformista dell’opera – finisce per togliere ossigeno alla lettura. Per questo, nonostante la sua brevità, il romanzo può richiedere un notevole impegno e risultare faticoso da portare a termine.

Infatti, ci sono libri che restano nella memoria per la forza della trama, il ritmo degli avvenimenti o per personaggi così vivi da sembrare reali. E ce ne sono altri, come “I convitati di pietra”, che possono lasciare il segno – e conquistare un riconoscimento prestigioso come il Premio Strega – soprattutto per lo spessore della scrittura, l’originalità dell’idea narrativa e la capacità di smuovere la curiosità e la sensibilità del lettore, divagazioni e prolissità a parte.

Una lettura funerea, grottesca e virtuosistica.

“I convitati di pietra” di Michele Mari, edizioni Einaudi. Libri e Pensieri

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