“La stagione che non c’era”, di Elvira Mujčić: un libro tra storia collettiva e identità personale

In “La stagione che non c’era” Elvira Mujčić lavora sui confini: quello tra la vita privata e la Storia, tra ciò che si vede e ciò che si tenta di non vedere. Ambientato nella Jugoslavia del 1990, racconta il momento esatto in cui il Paese inizia a disgregarsi, e lo fa attraverso lo sguardo di chi subisce gli eventi senza ancora capire che tutto sta per cambiare.
Protagonisti della storia sono Merima e Nene, amici d’infanzia che ritornano nella loro cittadina della Bosnia orientale mentre il Paese si riempie di voci nazionaliste e il governo vacilla. Lei crede nella politica, nella possibilità che le persone possano ancora scegliere la fratellanza invece del sospetto; lui la politica la subisce, la osserva con scetticismo, convinto che un’idea non basti a salvare nessuno. Sono due personaggi opposti e complementari: Merima si aggrappa all’azione, Nene al pensiero.

Il romanzo indugia sul rapporto tra genitori e figli; gli adulti non vedono davvero i giovani che si affacciano al mondo, che a loro volta non capiscono più i bambini, non li ascoltano, in un moto circolare senza uscita. I figli scalpitano, cercano spazio, pretendono verità che gli adulti non sono pronti a rivelare. Mujčić mostra con una chiarezza quanto sia fragile quel legame quando viene messo sotto pressione dalla paura del cambiamento.
Prima ancora di vedere Merima, la incontriamo attraverso le voci del paese. Sono sussurri, giudizi, malignità: il pettegolezzo diventa quasi una voce narrante, un personaggio a sé. Sono il meccanismo attraverso cui la società controlla e limita chi esce dai confini del “si è sempre fatto così”.
Eliza, la piccola che porta la magia nel romanzo
Tra queste ombre si muove Eliza, otto anni, figlia di Merima. I capitoli dal suo punto di vista sono ben dosati e luminosi. La realtà, filtrata da uno sguardo infantile, si tinge di una dimensione quasi magica. Eliza e Nene instaurano una complicità fatta di segreti e piccole missioni: è tenera, è innocente, ed è tutto ciò che gli adulti non capiscono. Da fuori appare perfino immorale, perché gli adulti non sanno più vedere il mondo se non attraverso la paura.
Nel frattempo la politica avanza come una tempesta che nessuno vuole vedere. L’economia crolla, il governo cade. Si percepisce che il mondo sta cambiando, ma tutti continuano a comportarsi come se fosse solo una fase passeggera. È il meccanismo universale dell’autoinganno collettivo: finché nessuno dice “guerra”, la guerra sembra non esistere.
Un romanzo su ciò che viene prima
La prosa di Mujčić è pulita, precisa, senza sentimentalismi. Racconta una stagione in cui le persone avrebbero potuto scegliere diversamente, e non l’hanno fatto. La forza del romanzo sta in ciò che non esplode: negli attimi trattenuti, nella tensione, nel cambiamento che si avverte ma non si palesa ancora. E poi arriva l’istante in cui la guerra diventa inevitabile, quando la Storia entra nella vita quotidiana e la modifica senza chiedere permesso.
La stagione che non c’era è una lettura che racconta un prima, e i “prima” sono sempre più difficili dei dopo: il dopo è evidente, il prima è pieno di possibilità mancate.
L’autrice
Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana. Nata nel 1980 in Jugoslavia, oggi abita a Roma. Ha pubblicato i libri Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica (2007), E se Fuad avesse avuto la dinamite? (2009), La lingua di Ana. Chi sei quando perdi radici e parole? (2012), Dieci prugne ai fascisti (2016), Consigli per essere un bravo immigrato (2019) e La buona condotta (2023).
“La stagione che non c’era” di Elvira Mujčić_Guanda Editore_ Pagine 256_ 18,00 euro. Recensione a cura di Morena Di Giulio per Lib(e)ri di leggere.



