Sulla cultura in Italia oggi…

Di manifesti della cultura o per la cultura ne sono stati scritti tanti. Il migliore a mio modesto avviso è quello del febbraio del 2012 del Sole 24 Ore, che ha avuto il merito di proporre una costituente per la cultura, di considerare che la promozione culturale dovrebbe essere una strategia a lungo termine, che dovrebbe esserci un mix tra pubblico e privato e che dovrebbero esserci degli sgravi fiscali a riguardo.
Ma, seppur l’iniziativa sia stata lodevole e abbia raccolto molte adesioni, all’atto pratico è molto difficile oggi essere propositivi e appunto promuovere azioni concrete e realistiche per valorizzare il patrimonio culturale, artistico, paesaggistico e infine realizzarle veramente. Il manifesto della cultura del Sole 24 ore ha qualche pecca: ad esempio non tratta della cultura come strumento di inclusione sociale ed è datato perché non tratta della sfida, della risorsa e al tempo stesso della minaccia dell’intelligenza artificiale, anche se all’epoca non era prevedibile. Comunque è difficile essere propositivi a proposito, e purtroppo molto spesso le buone intenzioni restano lettera morta in Italia.
A ogni modo recenti ricerche, confermando gli studi di decenni fa di De Mauro, dimostrano l’aumento dell’analfabetismo funzionale o di ritorno e quindi la diminuzione nella popolazione delle competenze testuali. Diverse ricerche dimostrano che l’aumento del tasso di scolarizzazione e del numero di diplomati e laureati aumenta a sua volta il benessere economico e la qualità della vita di ogni nazione. Questo feedback positivo è ormai un dato di fatto assodato e incontestabile. Esiste però in Italia un mismatch tra formazione universitaria e mercato del lavoro: la scuola da un lato dovrebbe insegnare a “imparare a imparare”, come ci ricordano alcuni, le aziende italiane dall’altro lato vorrebbero candidati già con competenze tecniche acquisite e non da formare. Così, rimpallandosi le responsabilità a vicenda, tra accademici che criticano le aziende di non fare formazione e di non investire in ricerca e sviluppo, e imprenditori che considerano le scuole italiane troppo teoriche, nozionistiche, antiquate, la realtà è che la formazione è spesso affidata a chi cerca lavoro e ciò dipende dalla disponibilità economica della famiglia d’origine.
I dottorandi non hanno adeguate tutele. Le docenze a contratto sono sottopagate e gli aspiranti docenti universitari devono sottostare alla cooptazione e devono avere una famiglia d’origine o già un reddito che garantisca loro di fare docenze a contratto e fare concorsi universitari. Come è possibile poi ridurre l’analfabetismo funzionale se il ruolo degli insegnanti, che dovrebbero promuovere la lettura degli alunni è delegittimato? Come è possibile ridurre l’analfabetismo di ritorno se tutti i mass media non promuovono adeguatamente libri di qualità? Come proporre la lettura nel tempo libero quando regnano tanti divertimentifici? A cosa serve la carta dello studente se costui acquista libri di pessima qualità? Chi deve promuovere la lettura di capolavori se gli insegnanti sono inascoltati spesso e di fatto esiste la disintermediazione culturale, in un Paese in cui contano più gli influencer dei critici letterari? Come favorire negli italiani il piacere di leggere? Come aumentare il numero dei laureati se è più probabile trovare lavoro con la terza media che con una laurea umanistica?
La qualità della vita dipende anche dall’acculturazione, che permette un minimo di decifrare il mondo, di fornire degli strumenti interpretativi e conoscitivi. Si usa dire di fronte alle avversità e alle contrarietà della vita di prenderla con filosofia, ma come fanno gli italiani a riuscirci se pochissimi di loro sono lettori forti di libri di filosofia? Purtroppo in Italia siamo ancora legati ad antiquate concezioni della cultura, ad esempio come il latinorum di Don Abbondio per dominare chi ne sa di meno o come egemonia gramsciana, in cui gli intellettuali dirigono il popolo per realizzare i loro progetti politici. Invece dobbiamo andare oltre e guardare avanti, considerando la conoscenza un bene di tutti e alla democrazia di una nazione. Come ci ricorda Popper la vera democrazia consiste nel fatto che chi ha più conoscenze cerca di diffonderle e di trasmetterle a chi non ha, senza cercare di strumentalizzare e di indottrinare politicamente chi ne sa di meno. Per un noto meccanismo umano di compensazione nessuno inoltre è onnisciente ed è ovvio che esiste anche l’interdipendenza nella conoscenza umana perché uno sa delle cose e l’altro ne sa altre.
Ma se il grado di acculturazione e di scolarizzazione dipende da quanto le famiglie investono sui figli, vediamo che le disuguaglianze socioeconomiche e culturali persistono e l’ascensore della mobilità sociale funziona poco, pur rilevando che oggi esistono una fruizione culturale e un diritto allo studio impensabili ad esempio negli Settanta, anche se ciò è controbilanciato da un’università di massa e da un livellamento verso il basso. L’acculturazione di un popolo e la valorizzazione anche economica dei beni culturali di una nazione vanno di pari passo e sono strettamente correlati. Ma ancora ci sono molte resistenze a riguardo. Ancora si è soliti dire che con la cultura non si mangia, che l’umanesimo è inutile, che la lettura è una perdita di tempo, che le facoltà umanistiche sono fabbriche di futuri disoccupati. Più in generale come valorizzare il patrimonio culturale, turistico, artistico se non sappiamo prevenire i cataclismi del dissesto idrogeologico e di possibili crisi sismiche? Come possiamo promuovere il turismo culturale se mancano in Italia i servizi, le strutture, il personale qualificato, etc etc? E le cose non vanno meglio dal punto di vista scientifico!!!
I test Invalsi e le rilevazioni Ocse Pisa dimostrano che buona parte degli studenti ha scarse competenze matematiche. I politici di ogni governo dicono che non è possibile diminuire le spese militari. In ogni caso tutti i governi investono in modo marginale in ricerca, istruzione e cultura, rispetto a tutte le altre nazioni industrializzate. Eppure il made in Italy è famoso in tutto il mondo per i capolavori artistici, le chiese, gli intellettuali, Galileo, la moda, la cucina, lo stile di vita, insomma per la cultura in senso lato e non per le industrie. Se l’Italia sfruttasse e valorizzasse veramente la sua cultura, la sua arte, il suo modo di vivere, potrebbe innescare un circolo virtuoso, che avrebbe una ricaduta positiva su tutti gli italiani, la cui gran parte potrebbe vivere di turismo, arte e cultura.
Ma tutto ciò resta lettera morta perché molti signori agiati e potenti vogliono mantenere lo status quo e le loro rendite di posizione, dato che il cambiamento fa paura soprattutto ai potenti stessi che dovrebbero essere in teoria promotori e agenti della trasformazione culturale. Il potere, insomma, cerca di mantenere la popolazione il più possibile nell’ignoranza per ovvi motivi. Da questo punto di vista le poche proposte restano lettera morta e la classe dirigente, al di là di tante belle parole, dimostra miopia e nessuna lungimiranza. Resta quindi il turismo di massa, selvaggio, sregolato, talvolta incivile, su cui i furbi speculano e che snatura, abbruttisce le stesse città d’arte.
