“La trappola” di Ana María Matute: un sogno di affrancamento

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erzo volume della trilogia “Los Mercaderes” di Ana María Matute, “La trappola”, chiude il cerchio tracciato da “Ricordo di un’isola” e proseguito con “I soldati piangono di notte”, guidando, nuovamente, il lettore attraverso un viaggio che scandaglia l’animo umano colpito indirettamente dagli effetti a lungo termine di una guerra, in particolare, quella civile spagnola, che l’autrice conobbe da bambina. Come nella gran parte della sua produzione letteraria, Ana María Matute, presta grande attenzione alle categorie umane più fragili che, private di qualunque possibilità di difesa, subiscono le conseguenze degli eventi con particolare violenza. 

Lo sguardo sarà rivolto soprattutto ai più giovani, che erediteranno dalle generazioni passate frustrazioni, livori e desideri di vendetta, perseguitati da antichi ricordi di sputi in faccia e terre dai fiumi esondati o completamente asciutti. A loro, in fondo, non resteranno altro che pochi sussurri per raccontare un’infanzia in cui la felicità era condannata come segno di profonda ingratitudine, costellata da incolmabili corpi vuoti e da porte che conducono all’inevitabile dolore. “Arrivò anche il terrore, senza parole. Adesso invece le parole sono l’unica arma. Non so se si possano lasciare così (come oggetti, come sguardi, sui mobili) quando non si torna più indietro. Può darsi di sì. Ma quando vedo gli occhi di Bear, di Luis o di Gerardo, e quelli di tutti gli altri, credo che le mie parole assomiglino al vento che agitava le frange del copriletto (quando non meritavo di dormire, quando dormire era qualcosa di troppo bello per me).” 

Come in “Ricordo di un’isola” la prima voce narrante è quella di Matia, che ormai lontana da Maiorca, rivivrà i ricordi di gioventù ancora imprigionati nel matriarcato dell’austera nonna, della quale, ad anni di distanza, vedrà la vecchiaia nell’avvizzimento delle mani e la tristezza nelle ombre del viso, che, in fondo, solo con la maturità, imparerà a non tradurre in estrema durezza. La sua figura di una possanza intramontabile, si contrappone innaturalmente a quella della figlia, riempita solo da “indolenza” ed “eterna sottomissione”. Lo specchio narrativo, che riflette la personalità delle due donne, restituisce un’immagine del tutto antitetica: risolutezza e costanza da una parte, arrendevolezza e fragilità dall’altra. Le preziose descrizioni dell’autrice rendono perfettamente l’idea di questa discordanza nel corpo e nello spirito. La caratterizzazione dei personaggi è, come sempre, precisa, tagliente e magnifica, confermando l’immenso talento di una delle maggiori voci del ‘900. “Sulla zia Emilia, ligia al vago imperativo che le aleggiava intorno: lei non doveva sapere nulla. Era, sembrava, la sua missione a questo mondo. Essere, come si conveniva, scema, buona e rassegnata. Così nulla ha mai alterato l’ordine naturale delle cose.” 

Ana María Matute
(2010, Pablo A. Mendivil, CC BY-NC-ND 2.0, Flickr)

Proprio attraverso gli occhi di Matia, il lettore ritrova emozioni e sentimenti che aveva lasciato nel primo volume della trilogia. Si ha la sensazione, così, di rivivere le memorie di qualcun altro, di una persona estranea, con la quale, in un certo modo, si sente di aver condiviso almeno un piccolo pezzo della “breve vita (nella misera porzione di tempo, egoista, che è toccata a ciascuno)”. Ritornano, allora, gli occhi di Borja anche se di un colore diverso, macchiati dall’abbandono e dall’umiliazione, o meglio, dalla delusione per una vita che sembrava promettergli altro. Ritornano la casa immersa nel suo silenzioso vuoto, le figure sciupate di una donna vinta e di una vincitrice. Ritornano le regole non scritte, ma indissolubili, che rendono tutto esattamente come è sempre stato.  

Dell’isola emerge solo un fotogramma di declivi, spiaggette nascoste, spettri di barche custodi di tesori, scheletri di navi, cocci di conchiglie dorate, resti di naufraghi, vecchi racconti di una principessa oceanica e del suo giardino a forma di sole. Terra di odi e silenzi, di grida ed anime smembrate, di innocenti colpevoli e falsi giusti. L’isola che nelle sue acque limpide rifletteva l’immagine pietrificata di quella donna senza cuore, il luogo e la persona, che Matia, non ebbe mai modo di capire veramente. “E mi ripeto ancora e di nuovo constato che, in fondo, l’onda bianca non si increspa più sulla sua fronte. Ora quella fronte mi ricorda la sabbia su cui va a morire il mare: come se morisse davvero, e per sempre. Ma so che tutte le onde continueranno a susseguirsi una all’altra, basse o increspate. Onde agonizzanti, ora, su un remoto fulgore d’oro (…). Medito su quella testa forzatamente anziana, e so quanto sia inutile vagare con un gancio in mano, come per cercare resti nella sabbia. Quella testa mi riporta al miraggio della mia infanzia, ma il mare è lontano e lambisce le coste di un’isola che non sono mai riuscita a capire.” 

Inciampando tra ricordi che vorrebbe cancellare, immersa in un denso risentimento che le impedisce di reagire alla vita ed alla sua grande delusione, prigioniera di quei ricordi, dai quali tutti, in fondo, tentiamo la fuga, Matia elabora una sorta di diario che, fin da subito, ammette di non aver voglia di scrivere. Attraverso l’espediente narrativo del raccontare ciò di cui non vorrebbe parlare, la donna dedica gli addi più dolorosi a chi fisicamente resta, scava a mani nude nel proprio passato, colma vuoti emotivi e descrive eventi che formeranno il perfetto anello di congiunzione tra il primo e l’ultimo romanzo della trilogia. “Credo che questo presunto diario, scritto o ricordato attraverso buchi e lacune, non possa essere altro che un brutto rammendo fatto di realtà visibili e invisibili, di passato e presente oscuramente sovrapposti. Un vero diario, un’autentica trama di realtà presenti, non sarà mai possibile senza i fantasmi di altre realtà (future, passate, dimenticate, immediate). Non si può scrivere un vero diario, e io posso farlo forse meno di chiunque altro. Non riesco a credere che gli avvenimenti di una vita siano solo avvenimenti. Nulla è il suo nome soltanto; nulla è più incerto che cercare, in modo più o meno onesto, l’autogiustificazione.” 

Ancora una volta, nella raffinatissima prosa dell’autrice le voci si avvicendano, le digressioni contenute tra parentesi, rappresentano preziosi arricchimenti, descrizioni e riflessioni che si collocano a metà tra il flusso di coscienza dell’io narrante e la necessità, dell’autrice, di chiarire al lettore sentimenti che il narratore stesso sceglie di occultare. Si procede, quindi, su più livelli, con un punto di vista sempre mutabile, una lettura introspettiva ed una cronologia dispettosa, che spesso alterna passato, presente e previsioni future, con un risultato assolutamente splendido. 

Targa ad Ana María Matute (Barcellona, Spagna)
(2024, Pere López Brosa, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons)

Nel dipanarsi dei racconti e delle memorie, ogni personaggio avanzerà alla ricerca di sé stesso, per riconoscersi, infine, come risultato esatto di ciò che la vita gli ha imposto, che le persone gli hanno inflitto, o talvolta donato, lungo il tortuoso percorso dell’esistenza. Il desiderio di non deludere sembra essere il più potente motore degli eventi, ed ogni scelta personale, si tramuta, così, in poco più che un obbligo morale nei confronti di chi valica il confine della libertà di scelta altrui. Non ferire chi devi amare, scarnifica ogni emozione perché non sia d’ostacolo alla vendetta, ancorati ad un passato maligno per non cadere nella trappola del presente: dogmi che implicano, ineluttabilmente, la rinuncia totale ad una rinascita. Finiranno perciò, Isa, Bear, Mario, Frac e la stessa Matia, per vivere in solitudine un’esistenza affollata che li stringe nella morsa delle convenzioni e delle aspettative, circondati da un amore potente dal quale è necessario tenere le distanze prima che si trasformi in uno straziante abbandono. “L’amore è complesso: delicato, feroce e pericoloso; triste ed esultante. Dovremmo razionarlo, l’amore, come si raziona la morfina ai malati gravi. Il dolore è qualcosa di naturale, ma l’amore si acquisisce, come la delusione.” 

“La trappola” è un libro che, come l’intera trilogia, obbliga il lettore a perdersi, a calarsi in una scomoda e profonda riflessione, non tanto per affidarsi alla speranza del futuro, ma piuttosto per liberarsi dalla morsa del passato. Un sogno di affrancamento più che di riscatto, un libero sospiro a lungo trattenuto, ma che troppo spesso, infine, si estingue, lasciando il gusto amaro della sola verità possibile. “L’ho capito non appena lei è rimasta immobile, quando i rantoli dell’agonia sono cessati. «Finalmente. Finalmente», (diceva una voce). «Ecco, è arrivato il grande sollievo». Ma quel che è finito è solo la giustificazione per l’inerzia. Non sarà finita, con questa liberazione, la mia unica scusa? Il comportamento che ci si aspetta da me, che io stesso mi aspetto, anno dopo anno. Trent’anni. Trent’anni, dobbiamo attraversare, per scoprire che il grande scoglio, il nostro grande impedimento, era solo una scusa.” 

Immagino che la mia vera storia cominci nel silenzio; il giorno, non so con esattezza quale, in cui, come la protagonista di una fiaba, persi la voce.

“La trappola” di Ana María Matute, edizione Fazi editore.

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