Ho letto UN’OTTIMA FAMIGLIA, l’ultimo libro di Stefania Andreoli (Rizzoli), con curiosità e attenzione: curiosità dettata dal fatto che si tratta del suo primo romanzo, e attenzione perché stimo molto la sua professionalità, frutto di un venticinquennale esercizio come psicologa, psicoterapeuta e analista che lavora con gli adolescenti, le famiglie e le scuole. E ho avuto quindi il sentore che avrei letto non solo una storia con i crismi del thriller, bensì delle pagine formative.
Già dal titolo si comprende su cosa verta il racconto. Anche la copertina riporta una famiglia composta da quattro persone sedute su un divano: madre, padre, due figli: i Costa.

La trama
Il minore dei due figli, Filippo, viene accoltellato il giorno del suo ottavo compleanno. Viene ritrovato in fin di vita nella taverna di casa dai genitori: la madre Anna, infermiera, evita che il padre Alberto estragga il coltello (un’oggetto presente in tutte le case) da una delle ferite, cosa che avrebbe provocato la morte per dissanguamento del bambino. Anna si conferma così la Santa che tutti nel quartiere di Monchi ammirano come “pilastro” perfetto da ammirare ed emulare sin dai tempi del Covid, quando aiutava e confortava tutti, costantemente e indistintamente.
Mentre Filippo è in ospedale, vivo ma incosciente, partono le indagini da parte dei carabinieri. E qui abbiamo la voce narrante, Giulia, 17 anni, amica d’infanzia del figlio maggiore dei Costa, Cristian, che ha molto da dire perché osservatrice speciale della loro vita familiare essendone da sempre assidua frequentatrice.
La ascoltiamo raccontare e diventiamo con lei testimoni di una vita ordinata, regolata, senza problemi, perfetta. Una vita contrapposta alla sua che invece è abbastanza piena di crepe e disordini familiari. Una vita a cui tutti, lei compresa, aspireremmo. Ma, ovviamente, c’è un ma. Perché qualcosa di drammatico e gravissimo è accaduto in tutta questa perfezione, che si è sgretolata in un lampo, forse perché era solo apparente, forse perché non è mai esistita. E non può esistere.
Qui cito l’autrice che nel suo libro PERFETTI O FELICI scriveva:
«Se riteniamo di dover essere solo perfetti, nessuno potrà mai diventare niente. Niente di vero, niente di realistico, niente di tridimensionale, niente di spontaneo, niente di interessante, niente di affabulante, niente di felice. Niente di soggettivo, niente di unico. Niente di sano.»
Un messaggio urgente
A partire da fatti di cronaca recenti (la strage di Paderno Dugnano avvenuta nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre 2024, quando un 17enne uccise a coltellate nella loro villetta i genitori e il fratellino di 12 anni) e meno recenti (ricordiamo quanto accadde a Novi Ligure nel 2001 quando Erika e Omar uccisero la madre e il fratellino di lei), e dalla visione di una serie che ha avuto un successo enorme, “Adolescence”, Stefania Andreoli ha intuito quanto fosse urgente dare un messaggio e ha scelto la via del romanzo, più fruibile sicuramente rispetto al saggio, per indagare le crepe del nucleo borghese contemporaneo, attraverso una storia che smonta il mito della perfezione domestica.
Attraverso il racconto di una ragazza, grazie ai suoi occhi che si aprono al mondo adulto con una fiducia che viene purtroppo tradita da una realtà spaventosa, il libro denuncia la disfunzionalità dei genitori fragili narcisisti, incapaci di vivere la propria vita che mescolano a quella dei figli (che, guarda un po’, sono invece persone a sé stanti), e l’assenza di vera connessione affettiva dietro una facciata impeccabile.
«L’origine del male che si annidava nella famiglia Costa non erano le punizioni calibrate, la severità estrema di Alberto, l’ansia di controllo di Anna. Era il vuoto, l’indifferenza, l’assenza di senso. I rituali fasulli e meccanici, le cene con la tv rigorosamente spenta ma condite di dialoghi finti. Il contatto fisico misurato e controllato. Le emozioni neutralizzate. Il disinteresse. Le frasi fatte. Il primato dell’apparenza. Era un male che aveva preso le sembianze di un bene rassicurante e banale.»
La banalità del bene
Il romanzo di Andreoli si legge tutto d’un fiato, con la voglia di arrivare sì a un punto fermo, quello dell’identificazione del “mostro” colpevole, ma soprattutto con la consapevolezza che c’è molto di più da comprendere e che un occhio attento ha intravisto in piccoli dettagli rivelatori.
Con la sua velata critica al falso mito dell’emergenza digitale e l’enfasi sulla qualità delle relazioni, invita a riconoscere la responsabilità individuale nella gestione delle dinamiche familiari: non le colpe, ma le responsabilità derivanti da una miopia relazionale ed educativa imperante nella famiglia perbene, performativa, inattaccabile perché fa sempre del suo meglio, soprattutto per non far soffrire i propri figli. Ma facendo così di fatto li anestetizza da tutte le emozioni, professa e ambisce a un bene che è di fatto banale tanto quanto il male che ci ha raccontato Hannah Arendt.
Per non essere come i Costa bisogna Essere e non Fare.
«E si sa… le famiglie non sono sempre rose e fiori, sono più spesso rose appassite e fiori bruciati […]»
Delfina Eli Zabeo
Leggi le mie recensioni di PERFETTI O FELICI e di IO, TE, L’AMORE di Stefania Andreoli (entrambi BUR Rizzoli)
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UN’OTTIMA FAMIGLIA di Stefania Andreoli, Rizzoli. A Garamond Type.

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