“Sangue Madre” di Kim Bohyun: il thriller coreano che vi terrà svegli la notte

C’è un momento preciso in cui una donna smette di essere vittima e diventa qualcosa d’altro? Non assassina, non carnefice, non mostro. O forse tutte e tre queste cose insieme, ma di un tipo che la morale non sa condannare.

È in questo spazio sospeso, brutale e necessario, che Kim Bohyun costruisce Sangue madre, uno dei romanzi più urticanti e necessari arrivati dalla Corea del Sud negli ultimi anni, pubblicato in Italia da Mercurio Books.
La storia parte da un’immagine che è pura devastazione: una madre che assiste impotente alla morte della figlia Jeongya, uccisa dall’ex fidanzato davanti ai suoi occhi. Dopodiché, la madre scompare. O meglio: si trasforma.
Riappare in un’altra epoca, in un altro corpo, in un altro tempo. Creatura soprannaturale, capace di muoversi attraverso la storia, richiamata da un suono che solo lei sa sentire: le grida silenziose delle donne.

E lì dove arriva, fa quello che non ha potuto fare per Jeongya: uccide gli uomini che perseguitano, aggrediscono, annientano.

Una madre, un mostro, una giustizia impossibile

Kim Bohyun non sceglie la comodità morale. La madre è un’entità che fa cose orribili, annega nel sangue, nella ferocia, nella metodicità con cui elimina gli uomini. L’autrice non distoglie lo sguardo e non racconta la violenza attraverso metafore eleganti, ed è proprio questa scelta a rendere il romanzo così potente.

Il femminile qui è doppio, irriducibile a un ruolo solo. La madre è stata vittima di una società che non ha protetto sua figlia, di un sistema che troppo spesso arriva tardi o non arriva affatto, di un’indifferenza strutturale verso le donne che gridano aiuto. Ma è anche carnefice, e lo è con piena consapevolezza. Non c’è catarsi, non c’è redenzione che alleggerisca il lettore. Quello che c’è è una logica implacabile: se il mondo non fa giustizia, la giustizia ce la si fa da sole. Con le mani. Con il sangue.

Intorno a questa figura soprannaturale, però, si forma qualcosa di inatteso e commovente: una comunità. Le donne che la madre ha salvato nel corso degli anni si trovano, si riconoscono, danno voce a ciò che altrimenti resterebbe muto. Jeongya diventa il nome di tutte le ragazze uccise dai loro compagni. La madre diventa madre di tutte loro. Come se il dolore, superato un certo limite, smettesse di essere individuale e diventasse collettivo, ancestrale.

Una giustizia che brucia

L’ispettrice Noh Jinseon, che indaga su questi omicidi impossibili che si ripetono da decenni, forse da secoli, è l’altra faccia del romanzo. Lei rappresenta la legge, lo Stato. E attraverso di lei, Kim Bohyun mette in scena l’inadeguatezza strutturale di quel sistema. Gli omicidi della madre non trovano spiegazione nei libri di criminologia. Non hanno un colpevole che si lasci trovare. Il romanzo non dice mai esplicitamente che le pene per il femminicidio e la violenza sulle donne sono insufficienti. Non ne ha bisogno. Lo mostra. Ogni omicidio che la madre compie è la risposta a una violenza che la giustizia ha ignorato, minimizzato, archiviato.

Sangue madre pone una domanda scomoda, a cui non lascia risposta facile: se la giustizia non protegge le donne, chi lo farà? Kim Bohyun scrive un libro feroce, sanguinario, necessario. E la risposta che offre è la più onesta che la letteratura sappia dare a un sistema che troppo spesso fallisce. La scelta di Mercurio Books di pubblicare Sangue madre è una scommessa coraggiosa e necessaria.

Sangue Madre di Kim Bohyun_Mercurio Books _ Recensione a cura di Morena Di Giulio.

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