Nel variegato mondo del thriller italiano, “La stanza delle ombre” è quel tipo di romanzo che pretende attenzione, riflessione, ascolto. E fa bene a pretenderli. Mirko Zilahy firma un’opera stratificata, che prende le distanze dalla formula più tradizionale del giallo per portare il lettore dentro un territorio più scivoloso: quello dell’identità, della percezione e della verità.
Tutto inizia con un cadavere immerso nel Tevere, ai piedi della basilica di San Paolo. Una donna, composta con cura quasi sacrale, come fosse parte di un’installazione: evoca l’Ophelia di Millais, e lo fa con un’evidenza inquietante. Non vi è dubbio: è un messaggio. È qui che entra in scena Nemo Sperati, docente all’Accademia di Belle Arti, esperto di arte forense. Nemo non è un investigatore in senso classico. È uno che guarda e davvero vede. Quando osserva una scena del crimine, si ritira nella sua “Stanza delle Ombre”, un luogo mentale in cui tutto si ricompone secondo logiche visive, simboliche, intime.

L’intuizione visiva diventa metodo. E il metodo, quasi subito, svela una connessione tra delitti e arte. Un secondo omicidio richiama un’opera di Artemisia Gentileschi, un quadro rubato da poco. Quando l’opera riappare, Nemo capisce che è un falso. E sa anche chi potrebbe averlo dipinto: Rufo Speranza, il più grande falsario del Novecento. Peccato che sia morto suicida da anni. E che sia suo padre.
A questo punto la trama si biforca: da una parte c’è l’indagine vera e propria, con la polizia guidata dal commissario Zuliani e dalla tenace ispettrice Miriam Tiberi, che tiene d’occhio Nemo come possibile sospetto. Dall’altra, c’è la discesa personale del protagonista in una memoria familiare complessa, dolorosa, fatta di omissioni e somiglianze inquietanti. Perché Nemo, nel riconoscere i falsi, è costretto a chiedersi quanto di falso ci sia anche in sé. Quanta parte di Rufo Speranza vive ancora nei suoi occhi, nel suo modo di vedere il mondo.
Il pregio più evidente del romanzo sta proprio qui: nella capacità di tenere insieme l’indagine e la riflessione, il ritmo e l’interiorità. Zilahy evita con intelligenza tanto il didascalico quanto l’effetto speciale, costruendo una tensione più mentale che fisica, ma non per questo meno avvincente. Le descrizioni sono precise, taglienti, ma mai compiaciute. La parte iconografica è gestita con rigore e misura: ogni riferimento artistico ha una funzione narrativa, ogni dettaglio è lì per un motivo.
E poi c’è Roma, cupa, onirica, profondamente simbolica. Le sue notti, le sue basiliche, i suoi sotterranei diventano parte del teatro mentale in cui si muove il protagonista. Roma: specchio e labirinto, è la Stanza delle Ombre su scala urbana.
La stanza delle ombre è un romanzo che parla di crimine, certo, ma anche di cosa siamo disposti a vedere — e cosa preferiamo non vedere — negli altri e in noi stessi. È un libro sul potere dell’immagine, sulla seduzione dell’inganno, e sul peso ereditario delle maschere che scegliamo o ci vengono imposte.
In un tempo in cui il confine tra vero e falso è sempre più labile, La stanza delle ombre ci ricorda che la verità non è mai tutta in superficie. Bisogna immergersi. Bisogna guardare bene.
L’autore
Mirko Zilahy è nato a Roma. Ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il “Corriere della Sera” ed è stato editor per minimum fax nonché traduttore letterario dall’inglese (sue, fra le altre, la traduzione del Cardellino di Donna Tartt, premio Pulitzer 2014, e quella del bestseller Mystic River di Dennis Lehane). È così che si uccide, il romanzo con cui ha esordito nel 2016, è stato un grande successo internazionale di pubblico e critica. Sono seguiti La forma del buio (2017), Così crudele è la fine (2018) e L’uomo del bosco (2021), editi da Longanesi, e Nostra signora delle nuvole (2023) per HarperCollins.
“La stanza delle ombre” di Mirko Zilahy, Mondandori Pagine 372_ 20,00 euro. Recensione a cura di Morena Di Giulio per Lib(e)ri di leggere.
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