Emma Harte sparisce nel nulla dopo una serata in città. Le telecamere di sorveglianza la riprendono per l’ultima volta nelle prime ore del mattino, mentre cammina accanto a una figura. Il suo fidanzato Tom è irreperibile. La città si mobilita, i social media esplodono, e il dibattito sulla sicurezza delle donne si trasforma rapidamente in un processo pubblico senza imputato.
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In questo clima febbrile si muove James Lyster, la voce che ci guida all’interno di questo thriller psicologico. Archivista presso la National Library of Ireland, James si occupa di catalogare fotografie di defunti messi in posa per l’ultimo ritratto, una pratica diffusa nell’Ottocento.
James ha familiarità con i morti, con le apparenze, con l’arte di fare sembrare vivo ciò che non lo è più. Quando lascia un commento in difesa di Emma su un post virale, si ritrova catapultato al centro dell’attenzione pubblica, coinvolto nelle ricerche dei volontari universitari e in un’inaspettata storia con Libby Miller, studentessa conosciuta quasi per caso.
Ma James non è quello che sembra
La narrazione restituisce al lettore fin dalle prime pagine un senso sottile di disagio. C’è qualcosa che non torna nel modo in cui James racconta, nelle cose che omette, nelle giustificazioni troppo elaborate per gesti apparentemente innocui. Nel modo in cui spia il profilo Instagram della sua ex, Sarah. Conosce Libby “per caso” dopo averla osservata di nascosto sull’autobus e aver cercato il suo nome su internet. Il confine tra simpatia e manipolazione nella sua voce è costantemente sfumato, e questa ambiguità è il segreto del romanzo.

La struttura temporale è un altro elemento di straordinaria efficacia. Il libro si apre dopo la scomparsa di Emma. Solo nella seconda parte, con uno scarto temporale a ritroso, il lettore comprende cosa è accaduto davvero. E l’effetto è quello della detonazione di una bomba. Hughes ha costruito una trappola perfetta: ci ha fatto leggere tutto con gli occhi sbagliati, e solo alla fine lo capiamo.
L’ambientazione in una Dublino invernale è perfetta. Il nevischio che ghiaccia i finestrini, il buio precoce del pomeriggio, i pub caldi dove si beve per dimenticare il freddo e i pensieri; tutto contribuisce a creare un’atmosfera sospesa, ovattata, in cui i contorni delle cose e delle persone sembrano sempre sul punto di dissolversi.
I personaggi sono cesellati con cura: Libby è luminosa e acuta, con una capacità di osservazione che la rende al tempo stesso vulnerabile e pericolosa per i piani di James. Il fratello Colin, avvocato con una vita apparentemente ordinata, nasconde crepe proprie. Persino i personaggi minori come i colleghi di James, i volontari universitari, la detective che indaga sulla scomparsa hanno una loro consistenza, un peso specifico che impedisce alla narrazione di diventare un semplice gioco meccanico di indizi e colpi di scena.
E i colpi di scena ci sono, eccome. Ma non sono il fine del romanzo: sono la conseguenza naturale di una trama che si sviluppa con logica implacabile a partire dai caratteri dei personaggi.
Nulla accade per caso, nulla è lì solo per stupire. La passione di James per i defunti in posa, il suo controllo maniacale dei profili social altrui, la sua relazione con la memoria e con la morte tornano al momento giusto con un significato nuovo e più cupo.
“La sparizione di Emma Harte” di Andrew Hughes_ 8tto Edizioni _ Recensione a cura di Morena Di Giulio.

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