Fatima Daas, “Stare al gioco”: un romanzo tagliente su scuola, potere e identità

Scrivere un secondo romanzo è, dicono, come scalare l’ Everest. Fatima Daas sembra non essersene accorta; o forse se ne è accorta benissimo, e ha scelto di affrontarlo, senza cambiare rotta. Stare al gioco arriva cinque anni dopo il folgorante esordio di La più piccola, e porta con sé la stessa scrittura asciutta, diretta, quasi fisica. La stessa voce. La stessa urgenza.

Siamo ancora a Clichy-sous-Bois, nella banlieue parigina dove Daas è cresciuta. La protagonista si chiama Kayden Abad, ha diciassette anni, vive con la madre e la sorella maggiore, e gira con un gruppo di amici — Nelly la sportiva, Samy il sognatore, Djenna che non si fa mai fregare. Kayden scrive. Osserva il mondo e lo mette su carta, senza che nessuno glielo abbia chiesto. Finché Madame Fontaine, la temuta professoressa di lettere, legge quello che ha scritto, e decide che Kayden è la prossima destinata a vincere il concorso di Sciences Po.

Daas non scrive un inno alla meritocrazia, né una parabola ottimista sull’ascesa sociale

È a questo punto che il romanzo si fa più interessante. Daas non scrive un inno alla meritocrazia, né una parabola ottimista sull’ascesa sociale. Smonta invece, con precisione chirurgica, il vecchio tropo del “professore salvatore bianco”: quel meccanismo narrativo per cui un insegnante illuminato prende per mano il diamante grezzo del quartiere e la porta verso un futuro migliore. In Stare al gioco, la signora Fontaine non vuole salvare nessuno.

Accanto a questa critica del sistema scolastico scorre un’altra storia, più silenziosa. Kayden si scopre attratta dalla sua professoressa, e questa attrazione diventa il prisma attraverso cui il romanzo guarda tutto il resto: il potere, il desiderio, la distanza tra chi è visto e chi non lo è mai. Djenna, l’amica più ribelle, non riceve alcuna attenzione dall’istituzione scolastica. Kayden sì. Il sistema premia chi somiglia all’immagine che ha di sé e questo, scrive Daas, è già una forma di violenza.

Non è una scrittura che vuole sedurre: vuole capire

Lo stile è quello che i lettori del primo romanzo già conoscono: lingua brutale e vibrante, vicina all’oralità, con dialoghi netti e capitoli brevi. La terza persona si alterna ai diari di Kayden, creando uno scarto rivelatore tra come il personaggio è visto e come si vede. Non è una scrittura che vuole sedurre: vuole capire. A volte la scabrosità è cercata fino alla secchezza, e qualche critico ha trovato il finale troppo brusco, ma è possibile che questa irresolutezza sia la forma giusta per raccontare l’adolescenza e quella sensazione di avere in mano tutti i pezzi del puzzle senza sapere come comporli.

Stare al gioco” di Fatima Daas_ Fandango Editore _ Recensione a cura di Morena Di Giulio.

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