A volte le parole restano incastrate nella mente. Non è in tuo potere farle uscire. Restano bloccate, accucciate lì. Sbattono le une contro le altre perché vogliono la luce. Però, stanno negli inferi di un silenzio che imprigiona. Succede che ad un tratto non parli più. Non sei tu a volerlo, non riesci a buttare fuori la voce.
Le parole sono marmo, cemento armato, ferme tra i denti che fanno da barriera a qualsiasi suono. Quelle che restano ingarbugliate in testa creano un vortice quasi a trovare uno spacco per finire, poi, nell’aria. Fanno forza tra di esse, tu stessa ti sforzi a partorirle, ma è tutto inutile. Il mutismo si nutre di tutte le cose belle che hai vissuto e ti restituisce ricordi. Le parole si sbriciolano. Fa male stare in silenzio, non parlare più. Non hai colpa, non dipende da te. Accade qualcosa che manda tutto in tilt. Impari, con il tempo, a parlare con il silenzio. Comprendi bene le pause, i vuoti, e sai che nel tuo mutismo non c’è alcun inganno.
In Latte guasto di Valentina Santini entri nel silenzio di Viola, undici anni, che ad un tratto smette di parlare. 19 maggio 1969. Nessuno della sua famiglia o nel borgo di Quattrostrade, sa spiegarsi il perché. Tutti pensano che la bambina sia impazzita. Il mutismo per Viola diventa una trappola e un’opportunità. In realtà lei custodisce un segreto e se parlasse le conseguenze sarebbero devastanti. Eppure, le parole restano bloccate, chiuse. Viola cresce e sperimenta le relazioni e il mondo attraverso il corpo. Lo sguardo e l’ascolto, senza alcuna parola, le consentono di imparare e di intuire la verità nei silenzi.
Il romanzo è straordinario. La storia ha una potenza narrativa che lascia il lettore interdetto, senza parole. L’autrice riesce a trasmettere la verità e l’anatomia emotiva delle parole. La sua prosa è sublimata dalla forza della scrittura
“Latte guasto” di Valentina Santini, edizioni Voland.


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