L’avidità secca gli animi. Frattura i sentimenti che risentono della chiusura, cattiva, verso la sensibilità. Essa è la forza rapace del possesso. Quando non hai niente vorresti avere tutto e quando possiedi più del tutto vorresti avere ancora e molto di più. Azzeri il limite dell’impossibile. Tutto è lecito con la mano nera, invisibile, della conquista che se ne fotte delle buone maniere e della giusta crianza. Il pensiero di perdere ogni cosa, per un motivo qualsiasi, spinge ad arraffare ovunque. Denaro, potere, ricchezze, diventano un lavoro mentale di strategia, di studio delle persone con cui si deve avere a che fare per impiattare circostanze favorevoli per i propri interessi. E imbrogliare la gente è il sodalizio di in cui si crede, l’unico verbo per un’anima corrotta e marcia.
Non si va per il sottile quando in ballo c’è tanto, ma più di ogni altra cosa c’è il rispetto che non si è mai avuto e che con le ricchezze accumulate si pensa di imporre a chicchessia. Ti inacidisci, ti isoli. Resti solo, sospettoso. Ti circondi di pochi amici che vogliono mangiare al tuo stesso tavolo per opportunismo. Sai che sono gli anelli della catena che lega affari, interessi, e come tali li tratti consapevole del fatto che tutto nasce e finisce, specie le più redditizie delle intese. Certo, c’è sempre qualcuno che intende fare leva sulla tua cupidigia per accaparrarsi un pezzo di eredità, di guadagno. L’interesse mellifluo puzza di menzogna nell’ipocrita messa in scena di una vita che si genuflette alla misericordia.
In La scatola di cuoio di Gianni Spinelli, edito da Fazi, conosci la storia di una famiglia che si arrabatta per recuperare un’eredità. Alla fine degli anni Cinquanta, in un paesino sperduto della Basilicata, un frate maledetto dal diavolo più che benedetto dal Signore mette in piedi una notevole ricchezza, in maniera poco chiara. In casa di don Pantaleo, si sussurra, succedono cose strane. Si dice che diverse donne “pittate” passino la notte nella sua casa-convento. Un giorno don Pantaleo viene ritrovato morto, accasciato su una scatola di cuoio. Parte un’indagine. Intanto, la sua eredità – soldi, case e terreni – finisce nelle mani dell’arcigna donna Marta, moglie di un nipote. Ha inizio una lunga battaglia per l’eredità tra cause intentate dai parenti, in un Su all’inseguimento del bottino, la vicenda assumerà un carattere grottesco.
Il libro è una meraviglia per storia e scrittura. La narrazione ha il gusto dei racconti pregni di vicissitudini tra il goliardico e il dramma di una quotidianità che si legge dal buco della serratura e dalle mezze parole sussurrate per non fomentare il fuoco del diavolo che incenerisce ogni sospetto. La prosa è un bel ricamo nell’ equilibrio tra ciò che si può dire e quello che si tace, ma che si comprende perfettamente. I personaggi sono definiti con maestria. La loro personalità è forte, piena, carica di tutto quello che smuove la curiosità del lettore. Ognuno presenta una rilettura di sé stesso permettendo così una storia spiazzante nella sua autenticità.


“Angelina” di Ciriaco Offeddu: un romanzo di una potenza incredibile
“La cura” di Concita De Gregorio: nessuno può salvarsi da solo
“Amanti elementari” di Paolo Sortino: una traversata verso il sentire dell’umanità
“La dama dei gelsomini” di Lisa Laffi
“Scrivere lettere d’amore prima di dimenticare come si fa” di Eley Williams