Per capire certe cose bisogna viverle. Entrarci dentro anche se non ti appartengono. Solo così arrivi al nerbo della questione, liberata da pregiudizi, da giudizi sommari e da commenti inopportuni. Basarsi sul sentito dire è un errore che offende la realtà perché è sempre diversa da come la si presenta pur infiocchettata a dovere. Dinanzi alla follia o scappi oppure la guardi in faccia. I matti non hanno paura di essere visti.
Sei tu che piombi nell’imbarazzo, nel disagio, nella vergogna che loro non conoscono. Non hanno timore di nulla ignari della vanità, della presunzione, della paura che gli altri vivono di riflesso. Non gliene importa niente di ciò che pensa la gente. Hanno una loro visione di quello che affrontano ogni giorno nella follia che domina i loro pensieri. E’ difficile entrare nelle loro certezze, convinzioni, deliri. Conoscono il nero che li assale insieme alle voci che vengono da lontano cariche di rimproveri, di sollecitazioni, nella logica di una mente spezzata. Vivono i colori nella quotidianità fatta di pillole, di cure e di sorveglianza. Sorridono oppure stanno in silenzio ingoiando il distacco della dimenticanza. I folli sono tante cose e nulla di preciso perché la pazzia è una maschera che cambia faccia all’improvviso.
In Beati gli inquieti di Stefano Redaelli entri nella “Casa delle farfalle”, un manicomio. Il protagonista studia la follia e vorrebbe scrivere un libro. Per farlo al meglio, per avere le risposte giuste a domande sconvenienti, decide di trascorrere una settimana a contatto quotidiano con i pazienti. È un rischio. La direttrice gli concede il permesso. Lì, comprende che “i matti dicono sempre una verità. Anche quando parlano di persone e cose che noi non vediamo, non sentiamo, che non esistono, proprio allora stanno dicendo una verità.”
Il romanzo è toccante, autentico. La narrazione è impattante. È come le gocce che istillano riflessioni forti, importanti. La scrittura è magistrale.
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“Beati gli inquieti” di Stefano Redaelli, Neo Edizioni. Dream Book.

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