Due poesie sullo svanire. Antonio Prete e Lars Gustafsson

Sulla mia scrivania ci sono due libri smilzi che condividono una certa somiglianza di come vedere la vita e sono stati scritti da autori con ulteriori “affinità elettive”. Due libriccini ma raccolte straordinarie di poesia. Vorrei presentare solo due esempi per stimolare l’interesse del lettore a una lettura più approfondita di queste e altre opere degli autori.

Il primo libro è l’ultima raccolta di poesie (intercalate da pochi testi in prosa) di Antonio Prete, “Convito delle stagioni”, pubblicato nel 2024 dalla Einaudi. Prete, nato nel Salento classe 1939, rinomato academico della letteratura comparata e eminente leopardista ha scritto numerosi libri (sempre pubblicati dalla Bollati Boringhieri) che trattano in modo monografico, ma senza il gergo del mestiere, gli oggetti e topoi centrali della comparatistica (usati anche nella pittura e nella musica) come “lontananza”, “cielo”, “nostalgia”, “silenzio”, … Insomma, uno dei più affascinanti personaggi della cultura letteraria d’Italia.

Prete non solo ha scritto su vari autori del canone della letteratura universale (mi sembra che il termine “Weltliteratur” per ragioni storici sia più bello) ma ha anche tradotto le loro opere come nel caso di Baudelaire, Rilke e altri. Prete ha anche scritto sulla teoria e realizzabilità della “translatio”.

I libri della comparatistica scritti da Prete o dal recentemente scomparso germanista Peter von Matt, per il lettore comune (il Common Reader di Virginia Woolf) offrono un beneficio pratico immediato: “No Book is an Island”. L’approccio comparatistico dimostra ciò che fa parte di un insieme, attraversando i confini definiti in base alla lingua, al tempo e alla cultura, indicando sempre una strada da seguire per una futura lettura.

Il secondo libro è la raccolta di poesie “Variationer över ett tema av Silfverstolpe” (Variazioni su un tema di Silfverstolpe) di Lars Gustafsson [1936 – 2016], pubblicato in tedesco nel 2025 (Wallstein Verlag). L’edizione originale svedese è stata pubblicata nel 1996, una traduzione italiana ancora non esiste. Per questo ho tradotto la poesia dallo svedese in italiano e presento qui entrambe le versioni.

Mentre la prosa dello svedese Lars Gustafsson, grazie agli sforzi instancabili dell’editore Iperborea è ben presente nelle librerie italiane; la sua poesia in traduzione italiana è quasi introvabile. E questo è un gran peccato, perché così il lettore italiano è stato privato di splendide poesie da scoprire. In Germania la poesia di Gustafsson gode la stessa stima come la sua prosa. Chi ama la sua prosa certamente apprezzerebbe anche l’ampliamento alla sua poesia. Gustafsson nella vita ha pubblicato circa ottanta volumi di romanzi, poesie e saggistica; un lavoro iniziato dopo lo studio di filosofia e letteratura. Ha vissuto per lungo tempo fuori dalla Svezia (sin dal 1983 è stato professore per studi germanistici e filosofia alla Università del Texas, Austin, TX.) È tornato in Svezia nel 2006. Quindi non c’è da meravigliarsi che in Svezia sia rimasto sempre un outsider dell’establishment culturale, uno scettico pensieroso e senza illusioni.

Nel seguente vorrei confrontare il poema “L‘aiuola del ricordo” di Prete con quello di Gustafsson “Persone svaniscono lentamente”, perché entrambi sono molto caratteristici per i due autori e le loro raccolte. Cominciamo quindi a tessere una ragnatela fra questi due libri.

Le prime quattro strofe del “L’aiola” parlano di quattro diverse persone, amici in un lontano passato, adesso separati in diversi luoghi, la prima voce forse quella dell’Io narrante.

La quinta strofa contiene le aspre e amare lamentele “mi diceste addio / senza dirmelo” e parla della solitudine, della rimembranza, della lontananza. Nel primo capitolo “L’addio” dal suo libro “Trattato della lontananza” Prete sottolinea che la parola “lontananza” vive in diretta vicinanza della parola “ricordanza”. Scrive che “…, partire è un po’ morire, quel che di noi si lascia morire è quel tempo che ci ha appartenuto, e, in quel tempo, la vita degli altri che con la nostra s’è intrecciata.” E dopo, in un paragrafo intitolato “Un’irrimediabile lontananza: il tempo irreversibile”, scrive, parafrasando altri autori, che il ricordo, la nostalgia dei luoghi, persone e situazioni è meno il ricordo di cose reali ma più il ricordo del tempo passato, del “tempo vissuto svanito”.

Con questa ricordanza nell’Io della poesia rispumeggia per un attimo anche la sua speranza, ma non dura troppo: “Poi guardo, intorno, la terra arida della vostra assenza. / Sola, s’infiora l’aiuola del ricordo.”

Passando alla poesia di Gustafsson, anche qui è dura l’anamnesi di ciò che accade: persone care, vicine svaniscono seguendo le tracce di “corrispondenza vivace, misere lettere, una cartolina”. Ovviamente siamo in un’era prima dei social media, ma la sequenza è rimasta sempre la stessa, solo con cambiamenti nei mezzi tecnici. Tutto questo succede senza contrasti e conflitti. Solo un semplice “non più”. Il nostro poeta non tende ad attribuire accuse unilaterali: Loro deludono noi. Noi deludiamo loro. Entrambi. È il Tempo.

Nella seconda metà del poema si passa dal generale al concreto. Una donna, una volta di grande importanza, un’anima gemella, per il poeta, dopo un ultimo incontro svanisce dalla sua vita, nessuna spiegazione data, di nuovo agisce solamente il Tempo.

Queste cose succedono, ma il poeta si rende conto dell’effetto devastante sulla nostra propria vita: Gli amici svaniti / sono anche la nostra propria morte.

Queste due poesie di Antonio Prete e di Lars Gustafsson dimostrano una sorprendente somiglianza nel loro sguardo sulla vita e sul tempo che passa. Sono opere della maturità, vuol dire che serve l’esperienza di una vita vissuta per arrivare a questa comprensione del tempo.

Prete e Gustafsson, entrambi gli autori usano le due forme, la forma della prosa e quella della poesia per esprimere i loro sentimenti a confronto della vita e del mondo in un modo consistente e complementare.

In un certo senso queste poesie rimangono sulla superficie del problema, al livello dello stupore su quello che succede. Sì, enfatizzano l’importanza del tempo nell’atto del rimanere in silenzio ma senza un tentativo di spiegare le proprie ragioni psicologiche. Cosa succede dentro di noi e gli altri che preferiamo rimanere in silenzio e svanire? È forse il vecchio istinto animale dentro di noi, l’animale morente che si ritira nella sua tana? O suonando in un altro registro, siamo il viandante del finale (Congedo) del “Lied von der Erde” di Gustav Mahler?

Exit mobile version