“Malastrada” di Ugo Barbàra: eredità, potere e disincanto tra Ottocento e Novecento

Difficile stabilire se ad attrarre di più siano le tormentate vicende della famiglia Montalto o la pregevole e accuratissima ambientazione storica di questo ponderoso volume che cattura sin dal prologo, affidato ad un narratore interno non identificato che ritroveremo poi nell’epilogo, e che mantiene sempre desta l’attenzione attraverso un’accorta regia narrativa che alterna luoghi e situazioni senza mai rallentare il ritmo.
Ugo Barbara sospende la vicenda di Malastrada, già iniziata in Malarazza, promettendo un terzo volume a conclusione di una saga appassionante curata sul piano stilistico e lessicale, valore aggiunto quest’ultimo per nulla scontato in romanzi di così ampio respiro.
Per gli eredi di Rosaria Battaglia e Antonio Montalto, costretti a curare un immenso impero economico tra Stati Uniti e Sicilia, mantenere una prosperità costantemente minacciata non sarà una passeggiata su soleggiati campi di grano, ma la determinazione, che si colora spesso di ostinazione, farà da bussola nel burrascoso trapasso da un secolo all’altro, dall’Ottocento fiducioso nelle “magnifiche sorti e progressive” al secolo breve che scricchiola e fa incrinare ogni certezza.
I fratelli Montalto sono molto diversi e ognuno di loro presterà le proprie personalissime convinzioni, la propria indole e i propri dolori alla gestione di un’eredità tanto straordinaria quanto ingombrante. La luce profusa dai genitori si riverbera nel bene e nel male sulle loro azioni e il passato intralcia la possibilità di dare ossigeno e casa alla passione amorosa di Benedetta per Ignazio, giovane taciturno e affascinante che ha il torto di essere figlio di un “peri incritati” invece che di un nobile blasonato, di mettere a tacere il senso del dovere del laborioso Leonardo, innamorato della moglie Enza e del prestigio di un nome da difendere con le unghie e con i denti o, nel caso di Paolo, di sopprimere istinti malsani scaturiti per opposizione all’epiteto “ancileddu” con il quale Rosaria definiva il figlio prediletto trasudando tenerezza da tutti i pori.
Entrare nel loro mondo significa anche conoscere con precisione meticolosa le caratteristiche e le conseguenze del massiccio fenomeno migratorio dell’epoca, le infiltrazioni mafiose nella città americana dei grandi sogni, l’aspetto pubblico e quello privato dell’ambigua figura di Joe Petrosino, i danni prodotti dalla fillossera che devastò la viticoltura, gli umori e le proteste legate ai Fasci dei lavoratori e alle azioni sindacali, i vizi segreti della società opulenta e i ricatti che ne derivano, le ambizioni e i compromessi politici, la forza della corruzione e il potere assolutorio e coercitivo del denaro. La Storia, insomma, che l’autore interroga ed esamina con rigore e dedizione, dentro cui incastrare vicende e personaggi che quella Storia respirano.
Nei tanti dialoghi, vivaci e naturali, calibrati e dosati, pacati e impetuosi, si avverte lo sguardo dello sceneggiatore che crea scene perfette per lo schermo in cui far muovere personaggi esattamente definiti e talvolta granitici.
“Ora sei pronto ad ascoltare l’ultima parte della storia.”

