“Sette opere di misericordia” di Piera Ventre: recensione libro

La storia tra me e “Sette opere di misericordia” iniziò per caso qualche anno fa. Sono sempre stata una lettrice “forte”, secondo i parametri delle statistiche, ma in un giorno triste di un periodo non particolarmente bello, ero nel pieno del cosiddetto “blocco del lettore”. Nulla era in grado di smuovermi, erano mesi, ormai, che non sfogliavo un libro e che non mettevo piede in libreria. Per me, una novità assoluta! Insomma, mi ritrovai alla stazione di Napoli, in piena estate, con l’asfalto bollente, la folla ammassata come un gregge di pecore, il semaforo pedonale che sembrava illuminarsi di verde solo di rado, non c’era ombra neanche a pagarla, eppure, dal nulla, iniziò a piovere. A quel punto, che fare? Cercai riparo nella libreria della stazione, perché a portare un ombrello, proprio nessuno ci avrebbe pensato. Una volta dentro, non potevo certo restar ferma ad aspettare che spiovesse, così, iniziai a camminare fingendo interesse per tutto e niente. Evitai i primi scaffali, le novità e le proposte, più per abitudine che per altro, e giunsi agli autori in ordine alfabetico… A…B…C…(“che noia”, pensai)…F…(“erano mesi che non pioveva“)…H…(“ma quando smetterà?“)…Q…(“toccherà bagnarmi“)…V…(pausa). Un bambino mi guardava dalla copertina di un Neri Pozza. Ricambiai quello sguardo curioso chiedendomi il perché. Presi il libro, lo rigirai tra le mani. “Chi sei?” pensai. Lo aprii. Non lanciai uno sguardo neanche alla sinossi, non conoscevo l’autrice, eppure iniziai a leggere.  
 
“Sette opere di misericordia” narra di una Napoli traballante ad un solo anno dal grande terremoto. Allora, soprattutto i tubi Innocenti affollavano la città, insieme ai palazzi vuoti ed alle pietre di tufo che

Napoli dopoterremoto 1980 (2018, Enzo Abramo, CC BY 2.0, flickr)

ancora ostentano il falso vigore di una solidità antica. Oltre il centro, il grande cimitero con il suo custode: Cristoforo Imparato, segnato da una guerra che gli portò via un occhio solo, ma che mai gli tolse la capacità di osservare. È proprio dalla famiglia Imparato che inizierà un racconto in cui misericordia e castigo si mescoleranno alla realtà quotidiana, già sconvolta da un fatto di cronaca che segnerà la nazione intera: Alfredino Rampi caduto nel pozzo a Vermicino.  
 
La città partenopea si presenta nuda, primitiva, selvaggia, mentre mostra, martoriata le sue ferite telluriche ed i suoi solchi più profondi, tracciati da una connivenza che non accennerà ad estinguersi. Come una madre, Napoli, apre le braccia ad ogni figlio, alternando, spietata, la miseria ai panorami mozzafiato scorti dai vicoli, dove mistero e superstizione si confondono con le immagini sacre, perché la speranza trovi sempre qualcosa a cui appigliarsi. “Vichi“, piazze, incantamenti, un’umanità imperfetta e bisognosa, questo osserverà Nicola con il suo occhio bendato perché l’altro non si impigrisca, mentre il papà, Cristoforo, familiarizza con i morti, leggendone le lapidi. Entrambi, in modi differenti e sempre con un occhio solo, si confronteranno con una richiesta muta: misericordia, per i vivi da ospitare, i morti da vestire, i parenti da consolare, i cani di pezza da ricucire, gli animali da curare e Alfredino da salvare. “La città del sole dove cadeva un mucchio d’acqua, dove i mattoni si ammollavano eppure resistevano. Era un animale pieno di piaghe, quella città, e il dolore incattivisce”.  
 
Una supplica, quindi, la stessa che si leva dalla tela di Caravaggio, conservata al Pio Monte della

Caravaggio, “Sette opere di Misericordia” (2011, Self-scanned, CC0 Public Domain, Wikimedia Commons)

misericordia di Napoli, in cui l’uomo salva l’uomo dai suoi affanni. Così, nel dipinto, appare Cimone, mai abbandonato in carcere dal figlio e nutrito da un seno di donna, che gli eviterà una morte per fame. Sansone, assetato, berrà dalla mascella di un asino, san Martino vestirà un ignudo con il suo mantello ed aiuterà lo storpio, san Giacomo, pellegrino, troverà ospitalità, ed infine, ogni morto verrà seppellito. Il tutto prende forma, secondo l’idea dell’artista, in un contesto partenopeo quotidiano, dove, ancora una volta, l’ordinario si mescola alla pietas. 
 
“Sette opere di misericordia” è un romanzo di rara bellezza, e la ricercatezza della sua prosa, alternata all’autenticità delle espressioni dialettali, rivelano le straordinarie abilità narrative della sua autrice. Un romanzo delicato, sensibile e profondo, che svela dinamiche familiari capaci di scavare buche profonde negli animi dei suoi componenti, abbandonandoli alla cieca ricerca di uno strumento che possa finalmente colmarne i vuoti.  A partire da Rita, la “Madonna Bruna” che ricorrerà al cibo senza mai riuscire a frenarsi, e subito dopo a Nicola, il bambino troppo sveglio, che svelerà i suoi dubbi solo alla ”canella delle stelle”, provando a riempire lo spazio vacante, lasciato da una madre avara di carezze. Quest’ultima, dal canto suo, mai conobbe l’amore materno, e mentre quello per suo marito continuerà lentamente ad avvizzire, si perderà tra le braccia di Nino, capace di donarle null’altro che la sua giovinezza. Madre algida, donna sfiorita, moglie delusa, Luisa, non sarà in grado di proteggere i propri figli dalle difficoltà della vita, così come la città, non poté difenderli dalla calamità della terra. Cristoforo, invece, consapevole di aver deluso la propria compagna, elargirà un amore abbondante, una premura che donerà generosamente e che mai lo renderà arido, ma solo, forse, ancor più vuoto. La realtà non coincideva con il reale, poiché è reale solo ciò che la scompagina”  
 
Al dramma personale dei protagonisti, si affianca quello di Alfredino, insieme ad una corale necessità di salvezza. Mentre il bambino scivolerà nel pozzo artesiano, infatti, l’intero paese, trattenendo il fiato,

Piera Ventre

precipiterà verso le viscere di una terra che inghiotte. Una mano tesa, diventerà, allora, un messaggio di speranza, così come, un sapiente gioco di contrasti e chiaroscuri, guiderà l’osservatore della tela caravaggesca, verso l’unica fonte di luce invocata: ancora una volta, la misericordia. Rimandando, così, ad un’arte e ad un’opera di immenso spessore, Piera Ventre incanta il lettore con un narrare fluido ed una passione stupefacenti, disegnando a suo modo, una quotidianità che, nonostante tutto, offre ancora speranza.  
 
In quel giorno di pioggia, in quella scomoda libreria senza neanche una sedia, lessi un capitolo dopo l’altro, ed alla fine, stanca e dolorante, decidi di acquistare il libro, spostandomi in stazione. Di lì non mi era possibile vedere l’esterno, ma supponendo che piovesse ancora, mi sedetti sull’unica panchina vuota che trovai. “Leggo due minuti” pensai, “poi torno a controllare…”. Trascorsi due ore in quella rumorosa e affollata stazione “pazzerella”, proprio come l’occhio di Nicola. Con me c’erano il bambino, Cristoforo, Luisa, Rita, Rosaria, Lorenzo, il piccolo Alfredino, ed uno dei libri più belli che abbia mai letto. Uscii che ero a metà delle pagine e non avevo neanche un segnalibro. La pioggia era finita da un pezzo. Lessi il resto il giorno successivo e capii che “Sette opere di misericordia” per me sarebbe stato sempre come una carezza, il mio magnifico regalo. Il blocco del lettore da allora è sparito, la pioggia continuo ad odiarla, ma se non porto l’ombrello con me, adesso so dove trovare riparo. Grazie Piera. 

È naturale tenere paura. É con le lacrime che veniamo al mondo: nasciamo piangendo e strillando. Il guaio è che poi ce lo scordiamo.

“Sette opere di misericordia” di Piera Ventre, edizione Neri Pozza.

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